"Farmaci e vaccino in parallelo"

Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università degli studi di Milano: "L'ottica è aggredire su più fronti la pandemia"

  • Stampa
  • Condividi
  • a A

Anche Pfizer, dopo Merck, ha annunciato di aver messo a punto una cura molto promettente contro il coronavirus. La pillola in questione ha dimostrato un'efficacia pari all'89% nel prevenire il rischio di ospedalizzazioni e decessi. Entro il 26 novembre i dati clinici verranno sottoposti alle autorità USA competenti per ottenere il via libera. Il presidente statunitense Joe Biden punta molto sul farmaco messo a punto da Pfizer. Per capire se il suo è un entusiasmo giustificato, la RSI ha intervistato Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università degli studi di Milano.

"Su vari fronti, con vari principi attivi, si stanno individuando finalmente antivirali specifici (mentre, fino ad ora, si erano usati l'eparina, il cortisone, l'ossigeno, gli antinfiammatori che, di fatto, sono farmaci sintomatici per accompagnare nel miglior modo il malato verso la possibile guarigione). Le varie opzioni (gli anticorpi monoclonali, il Molnupiravir e alcuni immunostimolanti), già ci fanno vedere un'ottima prospettiva per il futuro per velocizzare e garantire, anche nei casi gravi, una guarigione dalla malattia", spiega Pregliasco.

Il fatto di avere a disposizione un farmaco efficace, però, non rischia di essere un ulteriore stimolo per chi nutre dubbi sul vaccino?

"Io dico che le due cose devono andare in parallelo. Ritengo che come sempre sia meglio, per quanto possibile, evitare la malattia perché comunque non abbiamo ancora, tra l'altro, un quadro complessivo degli effetti nel lungo periodo su vari organi: il polmone è il bersaglio della fase acuta e può far precipitare le condizioni respiratorie, quindi la sopravvivenza del paziente, ma vediamo effetti a livello cardiaco, a livello renale, a livello anche neurologico. Quindi a mio avviso, ma è buon senso, è meglio, per quanto possibile, evitare la malattia. Poi, nella sfortunata situazione in cui il vaccino (come si vede in qualche caso) non sia efficace, se non si è vaccinati perché non si può o non si vuole e tenuto conto che l'effetto della vaccinazione si riduce nel tempo, allora ben venga la terapia, in un'ottica di aggressione su vari fronti di questa patologia e nella speranza di una convivenza più civile con questa malattia (anche perché, per forza di cose, avremo un andamento endemico della stessa", sottolinea il virologo.

La pillola di Pfizer arriva dopo quella di Merck, il Molnupiravir... si moltiplicano dunque gli sforzi delle industrie farmaceutiche che, dopo aver puntato sui vaccini, adesso investono soprattutto sui farmaci antivirali, si arriva più tardi per quali motivi? È stato più difficile sperimentare un farmaco che un vaccino, nel caso del Covid?

"Di fatto la tecnologia mRNA o anche vettore virale era già a buon punto e così, per il nuovo vaccino, si è trattato di industrializzare, di mettere a disposizione su larga scala, prodotti già in qualche modo sperimentati. Nel caso dei farmaci, invece, è stato necessario provare molte molecole, molti approcci terapeutici. Alcuni, dopo i prime entusiasmi, si sono rivelati delusioni, come l'azitromicina, gli antibiotici usati per altro o l'idrossiclorochina, nei primi tempi fin troppo elogiata. Per i farmaci poi ci vogliono tempi di studi clinici importanti. Ci vuole tempo e bisogna affrontare costi non da poco", dice Pregliasco.

RG
Condividi