Il presidente turco Erdogan si è recato nei giorni scorsi in Ucraina per incontrare il suo omologo Zelensky e il segretario generale dell'ONU Guterres
Il presidente turco Erdogan si è recato nei giorni scorsi in Ucraina per incontrare il suo omologo Zelensky e il segretario generale dell'ONU Guterres

Guerra in Ucraina, Erdogan l’equilibrista

Ankara si sta ritagliando un posto al tavolo dei grandi ma il contributo della Turchia alla risoluzione del conflitto non è certo disinteressato - Analisi

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Dopo quasi sei mesi di guerra le speranze che si possa raggiungere una tregua e avviare un processo di pacificazione sono molto lontane. Russia e Ucraina si rimbalzano la responsabilità di non volere negoziati seri e sono convinte di poter decidere la partita sul campo. Per ultimo è stato il presidente ucraino Zelensky a dichiarare che si potranno avviare trattative solo quando la Russia si sarà ritirata dai territori occupati, dal Donbass alla Crimea. Alla luce della situazione attuale, con oltre un quinto del territorio dell’ex repubblica sovietica occupato dai russi, e dello stallo sulla linea del fronte che divide il paese per oltre mille km, per la ricomposizione del conflitto ci vorranno tempi molto lunghi. Sino ad ora il lavoro della diplomazia internazionale alla ricerca di una soluzione è servito a poco e l’unico accordo tra Mosca e Kiev è stato quello sul grano, raggiunto grazie alla mediazione decisiva della Turchia. Il presidente Erdogan, campione di equilibrismo che da un lato mantiene buoni rapporti con Putin e dall’altro ha dichiarato di essere a fianco dell’Ucraina, sembra quasi l’unico attore capace di conciliare i duellanti.

Il successo dell’intesa sull’apertura dei porti ucraini

I corridoi sul Mar Nero sono stati aperti con il contributo fondamentale di Ankara. Non certo disinteressato: delle oltre 25 navi che sono salpate dai porti ucraini dall’inizio di agosto, alcune si sono già fermate in Turchia, che ha avuto per certi versi una precedenza di fronte ad altre destinazioni. Per settimane Russia e Ucraina si sono accusate a vicenda per il blocco dei porti, minati in chiave difensiva da Kiev in previsione di un’invasione dal mare e con la presenza della flotta di Mosca a bloccare ogni tipo di traffico al largo della costa, e la situazione si è sbloccata con l’intervento di Erdogan e la supervisione delle Nazioni Unite: il segretario dell’Onu Guterres ha parlato di un successo della diplomazia: la Turchia è un paese chiave, tra il Mar Nero e il Mediterraneo, ed è membro della Nato, schierata ufficialmente quindi contro la Russia.

Il piede in due scarpe

Il presidente turco però è abituato a giocare su più fronti. L’appartenenza del paese all’Alleanza atlantica non è ritenuto un vincolo assoluto e anche negli anni passati la Turchia ha avuto buoni rapporti con Mosca, basati sul pragmatismo di due presidenti, Erdogan e Putin, che hanno instaurato nei rispettivi paesi sistemi autoritari non dissimili e che a dispetto delle varie difficoltà interne cercano legittimazione e consenso sulla scacchiera internazionale. Pur trovandosi talvolta su versanti contrapposti, tra Siria, Libia e Ucraina, per non parlare appunto della Nato, Turchia e Russia continuano a cooperare in settori chiave come quello militare ed energetico. Erdogan tiene insomma il piede in due scarpe: da una parte non si è associato alle sanzioni contro Mosca, la Turchia è uno dei paesi che sul lato occidentale russo mantiene i collegamenti aerei con la Russia; dall’altra ha assicurato di essere accanto all’Ucraina, alla quale vende i droni Bayraktar, e alla fine non si è opposto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, ma è riuscito a barattarlo con il via libera contro i curdi.

 

La missione impossibile

Gli sforzi di mediazione Erdogan, mossi in primo luogo dagli interessi nazionali, quelli di un presidente alla guida di un paese che non naviga proprio in buone acque e che all’estero cerca di posizionarsi come potenza regionale tra il Medio Oriente e il Mediterraneo, smarcandosi talvolta dagli ordini di scuderia della Nato, hanno in definitiva dei limiti. In primo luogo, Stati Uniti, Nato ed Unione europea hanno ovviamente bisogno dell’alleato turco, al quale si perdonano peccati che ad altri costano sanzioni, ma alla fine dei conti Erdogan sa che non può tirare troppo la corda e spingersi oltre un certo limite: per ora è riuscito comunque a ritagliarsi un ruolo importante al tavolo dei Grandi, anche se sarà difficile, e questo è l’altro problema, far scendere a patti davvero Putin. Il Cremlino è intenzionato in Ucraina ad andare avanti per la sua strada e non sarà certo la Turchia a far cambiare rotta alla Russia. Questo il presidente turco lo sa bene: il duello nemmeno troppo dietro le quinte è sempre quello tra Mosca e Washington, ma in fondo Erdogan continua a fare il proprio gioco, un po’ doppio e sporco, contando molto sul fatto che gli alleati occidentali continueranno a lasciarglielo fare proprio perché la Turchia è un player essenziale nelle fila della Nato. Da cui nessuno vuole espellerla, né Ankara tirarsi fuori. 

Stefano Grazioli
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