Il telelavoro, paradiso degli hacker

L'impennata di attacchi informatici subiti da grandi aziende e singoli utenti si spiega con le condizioni psichiche e lavorative imposte dalla pandemia

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I frequenti attacchi informatici che si stanno registrando in tutto il mondo nelle ultime settimane fanno leva sulla paura del coronavirus per ingannare i malcapitati. Ma, come spiega Paolo Attivissimo, giornalista informatico e cacciatore di bufale, non è la sola causa dell’improvvisa impennata di cybercriminalità, soprattutto ai danni delle aziende. Il massiccio ricorso al telelavoro pone infatti molti problemi di sicurezza: “improvvisamente tutte le difese che c’erano all’interno di un’organizzazione devono essere portate esternamente, e affidate a persone che non sempre hanno l’esperienza, la prudenza – e, a volte, la paranoia – necessaria per difendersi dai furti di password”. Parte del problema, spiega Attivissimo, è che i datori di lavoro hanno avuto poco tempo per prepararsi ad allestire il regime di telelavoro, per cui spesso utilizzano connessioni “non pianificate accuratamente”.

Così diventa facile, anche per hacker non particolarmente esperti, colpire obiettivi di grande portata. Basta un solo punto debole per permettere a un criminale di accedere all’infrastruttura di un’azienda intera.

Tra gli attacchi più rilevanti di questi giorni ci sono quelli contro i supercomputer di tutta Europa, che ha interessato anche il Politecnico Federale di Zurigo e il Centro svizzero di Calcolo scientifico (CSCS) a Lugano. Ma anche EasyJet, dalla quale sono stati trafugati i dati di 9 milioni di clienti, è stata vittima di attacchi. Si calcola che il 3% delle aziende del mondo abbia subito attacchi o messaggi di spam correlati col coronavirus.

Infonotte/FGab
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