L’isola che non c’è (quasi più)

Reportage dall'Isle de Jean Charles, in Louisiana, sommersa dal mare. Gli abitanti sono stati dichiarati “rifugiati climatici”

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La lunga striscia di asfalto che porta all’Isle de Jean Charles sembra galleggiare sull’acqua. Ai bordi della strada, operai cercano di alzare una diga per proteggere l’unico collegamento con quel che resta dell’isola. Dal 1955 quasi il 98 per cento del suo territorio è stato inghiottito dalle acque del golfo del Messico. All’epoca c’erano 700 abitanti, vent’anni fa ancora 325 ora se ne contano una decina.

 

Storicamente gli abitanti dell’isola sono i nativi della tribù Houma, rifugiatasi su quest’isola della Louisiana verso il 1830 in fuga dalle politiche discriminatorie del Presidente Andrew Jackson. Nel 2016 il Governo degli Stati Uniti li ha nuovamente dichiarati rifugiati, ma “rifugiati climatici”, stanziando 48 milioni di dollari affinché potessero trasferirsi sulla terra ferma.

Diverse abitazioni sono costruite su palafitte
Diverse abitazioni sono costruite su palafitte (RSI)

Complici i lavori di canalizzazione del Mississippi, la realizzazione di numerosi canali per raggiungere i pozzi di gas e petrolio e, negli ultimi vent’anni, la sempre maggior frequenza e forza degli uragani, l’erosione e l’innalzamento del livello del mare rendono l’isola di Jean Charles ormai invivibile. Il paesaggio, infatti, è apocalittico. Nonostante il passaggio dell’uragano Ida lo scorso anno abbia lasciato solo rovine, sull’“île” (come la chiamano in francese gli autoctoni) continua a esserci vita.

Sull'Isle de Jean Charles continua a esserci vita
Sull'Isle de Jean Charles continua a esserci vita (RSI)

Accanto alla vecchia stazione dei pompieri, fuori da un’abitazione c’è un cartello in bella vista “Casa di famiglia, non in vendita”, poco più avanti ve n’è un altro ben più provocatorio “I cambiamenti climatici fanno schifo”. L’ha esposto Chris; doveva essere un vessillo di resistenza, è diventato il triste segnale di resa: a 57 anni e dopo una vita sull’isola ha deciso di accettare il piano federale per trasferirsi. “A volte, dice, la cosa più saggia è prendere atto della realtà”.

Chris Brunet davanti alla sua abitazione
Chris Brunet davanti alla sua abitazione (RSI)

Chi invece non si rassegna a lasciare è Jean Charles è Theo. Ha 86 anni ed è nato e cresciuto sull’isola, “c’era anche la scuola, dice, fino alla terza elementare” e racconta di come vi andava a piedi, passando dove oggi è tutto coperto dal mare. Tutto il giorno sta nel suo piccolo stabilimento balneare e spiega come sin da bambino sia abituato a convivere con le bizze della natura: “Si possono trasferire i residenti, ma non si può spostare l’isola”, dice fiero.

Con Theo e Lora Ann
Con Theo e Lora Ann (RSI)

La figlia, Lora Ann, è il capo della Nazione Houma e riconosce come l’uomo prima e gli uragani poi abbiano ridotto l’isola: “I cambiamenti climatici sono reali”, ammette, ma non sopporta essere definita una “rifugiata climatica”. Guarda con sospetto il piano di trasferimento proposto da Washington: troppi ritardi, troppe lacune di comunicazione. “Siamo nativi, replica con amarezza, come possiamo fidarci del Governo dopo tutto quello che ci ha fatto?”.

Oggi la Louisiana ogni giorno cede al mare un territorio grande come un campo da calcio, pare un anticipo di futuro per le coste del sud degli Stati Uniti, ma il disincanto e la sfiducia nei confronti dell’autorità rimangono un retaggio del passato.

Massimiliano Herber, corrispondente RSI negli Stati Uniti
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