Il reportage di Brigitte Latella (RSI)

Tra i profughi in Croazia

Brigitte Latella torna, a distanza di tre mesi, sulla rotta balcanica battuta da migliaia di persone in fuga

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Di Brigitte Latella

“Sono stata in Croazia per riferire della crisi dei migranti lo scorso settembre, ed eccomi di nuovo qua, non lontano dal confine da cui ho visto passare centinaia e centinaia di persone poco meno di tre mesi fa. Allora c’era il sole, faceva quasi caldo e le frontiere tra Serbia ed Ungheria erano state chiuse da poco. A Tovarnik, in Croazia, avevo trovato il caos. Centinaia, migliaia di persone che aspettavano un treno o un bus. Alcuni li avevo incrociati sperduti tra i campi: non sapevano nemmeno che alcuni confini erano stati chiusi.

L’aiuto era garantito – come qui a Slavonski Brod, dove mi trovo ora – dalle organizzazioni umanitarie e da decine di volontari. Questo è il più grande campo profughi della Croazia, l’unico veramente attrezzato per far fronte all’inverno e sembra che in queste settimane siano riusciti ad organizzarsi. Ci sono medici, interpreti, squadre che provvedono alla pulizia continua del posto. Ma soprattutto ci sono i profughi: arrivano ad un migliaio per volta.

Un’organizzazione consentita anche dagli accordi instaurati tra Serbia, Croazia e Slovenia, che se su alcuni fronti sembrano farsi la guerra – soprattutto per accontentare un certo populismo strisciante – si sono invece messe d’accordo. La Serbia organizza scaglioni di migranti e avvisa la Croazia quando stanno per partire e questa fa lo stesso con la Slovenia, che provvede poi a far loro proseguire il viaggio verso l’Austria e poi chissà, forse ancora più a nord. Come a settembre, ci sono gruppi di profughi più organizzati, partiti magari con qualche soldo in più da parte e guidati da chi sa un po’ d’inglese. Poi ci sono quelli che portano con se quel poco che hanno e che di solito arrivano da più lontano. Hanno fatto più fatica e per loro, che conoscono solo la propria lingua, è tutto più difficile, non riescono a farsi aiutare, anche se la mano tesa è là. Poi, tutti gli altri. Più o meno organizzati, più o meno disperati. Ad unirli, solo la voglia di lasciarsi alle spalle le difficoltà e ricostruirsi una vita in quell’altrove che glielo permetterà.”

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