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Il bisogno di normalità delle Filippine

Il paese sta ancora facendo i conti con la forza distruttrice del tifone Haiyan; le considerazione del giornalista Pierre Ograbek

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Il 9 novembre le Filippine venivano colpite da uno dei più violenti tifoni della storia del paese. I morti si contano a migliaia, milioni invece gli sfollati. Pierre Ograbek , giornalista della redazione esteri radio ci racconta cosa ha visto nei giorni che ha trascorso sull’isola di Leyte.

Si parla di 11 milioni di sfollati e di 4,4 milioni di bimbi (dati UNICEF) bisognosi di tutto. Qual è la tua esperienza dopo una settimana al fronte?

Chi è stato colpito in pieno dal tifone Haiyan difficilmente è riuscito a salvare qualcosa. In particolare sulla costa est di Leyte, che ho avuto modo di visitare. Lì non ci sono stati solo venti ad oltre 300 km/h e pioggia torrenziale: il mare ha ricoperto le zone abitate, salendo di almeno 5 metri lungo la costa. Interi quartieri sono stati cancellati. È sintomatica la prima reazione della popolazione, dopo il passaggio di Haiyan: tutti si sono lanciati alla ricerca di cibo, per garantirsi la sopravvivenza. Le abitazioni sono state devastate, i campi ed i raccolti pure. I terreni sono inzuppati di acqua salata.

Pensi si possa tornare alla normalità, anche grazie al sostegno internazionale?

La gente sta già tentando di tornare alla normalità. I più rapidi sono forse stati i più poveri: hanno recuperato alcuni pezzi di lamiere e si sono costruiti una sorta di baracca sotto la quale rifugiarsi. Gli altri invece hanno cominciato a rovistare sotto le macerie per recuperare qualcosa. Dalle abitazioni rimaste in piedi gli abitanti hanno però gettato fuori quantità enormi di cose direttamente in strada: mobili, suppellettili, oggetti finiti sott’acqua e ora non più utilizzabili. Una massa di materiale che ora ostruisce ulteriormente le vie dei centri abitati.

Accanto a loro sono comunque migliaia e migliaia le persone già fuggite, oppure che stanno tentando di fuggire, che sono in attesa di trovare un posto a bordo degli aerei cargo dell’esercito che fanno la spola tra Tacloban e le città di Manila e Cebu. Lì la gente cercherà un po’ di tregua, cercherà di riprendersi e di tornare poi sulla propria isola quando questa sarà in condizioni meno disastrate, solo in un secondo tempo. Oppure cercherà semplicemente di rifarsi una nuova vita, di ripartire da zero dimenticando la propria regione di origine, così tradizionalmente esposta ai capricci del tempo.

Dalle tue corrispondenze, la maggior parte dei sopravvissuti si è diretta verso Manila e Cebu. In che modo queste due città cercano di accogliere l'ondata migratoria?

Manila, vera e propria megalopoli, ha forse il vantaggio di ospitare numerosi parenti di chi ora cerca di fuggire dalle zone desolate spazzate dal tifone. A Cebu invece ci si organizza essenzialmente creando specifiche zone di accoglienza, in particolare all’interno di strutture scolastiche. Diverse migliaia di persone vi hanno trovato posto. Le autorità comunali stanno individuando pure nuove zone dove ospitare altre migliaia di persone. Anche se questo solleva inevitabilmente il pesante interrogativo sulla durata di questo soggiorno forzato: quanto vi resteranno? Chi non vorrà fare rientro al proprio domicilio? Chi si vedrà invece costretto a restare in questi centri d’accoglienza provvisori?

RedMM/MC


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