Donald Trump lo ripete tutti i giorni e quando non lo dice davanti a un microfono lo posta a tutte le ore: in Iran gli Stati Uniti stanno vincendo. La Casa Bianca e il Pentagono in coro echeggiano i proclami bellici del comandante in capo, ma al 19esimo giorno di attacchi, la guerra non si ferma e la posizione del presidente si fa vieppiù delicata.
Il post pubblicato ieri dal presidente USA
Ne è convinto, Brian Katulis, politologo del Middle East Institute, uno dei massimi esperti di Medio Oriente e della politica statunitense nella regione. “Credo che stia ancora cercando una via d’uscita ragionevole e realistica”, spiega Katulis al Telegiornale e a 10 vor 10. “Ma a questo punto, a causa dei suoi obiettivi in continuo mutamento, dall’inizio della guerra ad oggi, temo Trump non sappia più quale direzione prendere”.
Giudizio severo che serpeggia sempre più, dopo il no degli alleati a collaborare alla sicurezza lungo lo stretto di Hormuz o dopo le dimissioni polemiche di un alto funzionario dell’intelligence. “Il primo giorno di guerra, parlava di un cambio di regime. Ora non è più così chiaro come voglia porre fine a questa guerra”, spiega Katulis, “e i costi del conflitto stanno aumentando per lui: sia sul piano politico ed economico negli Stati Uniti, sia a livello globale, dove fatica a trovare partner credibili disposti ad affiancarlo, come nel garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz.”
Brian Katulis è politologo presso il Middle East Institute di Washington
Ma gli Stati Uniti stanno vincendo o perdendo?
“È chiaro che non stanno vincendo, ma nemmeno perdendo. Sono stati raggiunti alcuni obiettivi, eliminate alcune minacce. Hanno sicuramente una strategia militare e un piano operativo piuttosto efficaci nel ridurre le capacità dell’Iran di rappresentare una minaccia per la regione nel lungo periodo. Ma al di là del piano militare, non credo Trump abbia un’idea chiara, di dove voglia arrivare in Iran, né se questa visione è coordinata con Israele o con altri partner nella regione.”
E quali sono le opzioni per Trump oggi?
“Può certamente collaborare con alcuni dei partner americani nel Golfo, che oggi sono disposti a trovare una soluzione, a condizione che l’Iran e il regime smettano di attaccarli… Ci sarebbero molti modi diversi per porre fine a questo conflitto… Ma temo siamo in un momento di massima incoerenza strategica sulla questione iraniana.”
Come si è ingolfato il Presidente in questa situazione? Vi è un problema decisionale, vista la cerchia ristretta in cui queste decisioni vengono prese?
“Ci sono diversi fattori. Uno è certamente legato alla sua squadra. La qualità numero uno che devi avere per entrare nella squadra di Trump ai livelli più alti è la lealtà, è essere un yes-man. E ce ne sono pochi che stanno davvero offrendo scenari alternativi. Forse il solo JD Vance potrebbe, ma è stato molto in disparte ultimamente. Poi forse è stato incoraggiato e illuso dal rapido successo di alcune rapide operazioni militari, come in Venezuela, senza particolari costi…”
Quando e come Trump potrebbe dichiarare vittoria, “missione compiuta”?
“Non sono sicuro di quanta gente negli USA stia davvero prestando attenzione a questa guerra, nonostante domini il ciclo mediatico… Penso, dunque, che per lui non serva un risultato particolarmente alto. Credo che Trump, come ha fatto l’anno scorso nella lotta contro gli Houthi durata circa un mese e mezzo nello Yemen, potrebbe semplicemente dichiarare vittoria dichiarando di aver inflitto danni considerevoli alle capacità del regime, e cercare di uscirne in questo modo”.

Un momento della cerimonia per l'arrivo delle salme dei 6 soldati USA caduti in guerra
Un’uscita di scena unilaterale… ma non c’è il rischio che l’Iran sfugga al controllo del presidente?
“Il rischio, credo, è che potremmo aver prodotto non un cambio di regime, ma un aggiustamento dell’ayatollah o una modifica dei mullah, e aver reso coloro che sono al potere ancora più duri e meno prevedibili”.
Ma quale potrebbe essere, invece, il miglior scenario per uscire dal conflitto?
“Se il successo militare dovesse continuare e portare quel che resta del regime di Teheran a capitolare, si può arrivare a una transizione “morbida” in Iran con quel che resta del sistema, guidata soprattutto dai Paesi del Golfo. Arabia Saudita ed Emirati vogliono fermare l’escalation e ridurre i costi del conflitto. Vogliono avere qualcuno in Iran con cui poter lavorare, come hanno fatto negli ultimi cinque o sei anni. Non amavano la Guida Suprema e il suo entourage, ma avevano trovato un equilibrio. Dopo la guerra, il negoziato non sarà più globale, ma regionale: gli attori coinvolti dovranno discutere non solo del nucleare, ma anche di missili e sicurezza. Può sembrare teorico adesso, ma è proprio durante la guerra che bisogna iniziare a preparare il terreno per questo tavolo diplomatico”.









