La guerra israelo-statunitense contro l’Iran è anche una guerra di informazione e disinformazione, nella quale è in gioco il controllo della narrativa sull’andamento del conflitto e sugli esiti delle operazioni militari. In tutto questo emerge un fenomeno relativamente recente: la disponibilità in tempo reale di immagini satellitari della guerra a scopi commerciali, che finiscono subito sui social media dove vengono viste, ripostate e commentate da milioni di persone. SEIDISERA ne ha parlato con Anthony Troche, analista geospaziale ed esperto di intelligence presso il Middle East Forum di Washington.
Lei ha intitolato un suo studio recente “The Glass Battlefield”, ossia un campo di battaglia che diventa improvvisamente trasparente, accessibile a tutti. È proprio così?
“In termini molto generali, la situazione attuale è che le immagini satellitari ad alta risoluzione di origine commerciale sono oramai accessibili a qualsiasi organizzazione; persino ai singoli individui che decidono di acquistarle. Per essere precisi, bisogna dire che si tratta di immagini quasi in tempo reale, poiché in genere vengono scattate a intervalli di alcune ore. La grande differenza rispetto al passato risiede proprio nella disponibilità di servizi e capacità tecnologiche per l’utilizzo di tali immagini, che oggi sono accessibili a chiunque: un’organizzazione, un media, un individuo che sia disposto a pagare, che abbia le competenze per analizzarle. È un cambiamento enorme, se pensiamo che in passato queste risorse erano appannaggio esclusivo dei governi dei singoli Stati”.
Ma non c’è il rischio che ci sia adesso una pluralità di attori che possano influenzare la narrativa di una guerra, e che quindi l’accesso alla verità sia in realtà più difficile?
“Dipende da quali sono le intenzioni di questi soggetti. È evidente che alcuni attori possono essere politicamente motivati dai loro rispettivi Stati a promuovere una determinata prospettiva. Dal mio punto di vista, tuttavia, ritengo che la disponibilità di queste immagini sia positiva, poiché permette una maggiore trasparenza. La vera differenza tra molti di questi attori non statali, siano essi organizzazioni o singoli individui con motivazioni politiche, risiede nel livello di competenza necessario per analizzare le immagini. Come ho illustrato nel mio articolo, è la qualità dell’analisi a essere determinante. E questa capacità non è sempre la stessa: ciò può risultare problematico poiché in questo modo si possono avere versioni divergenti di uno stesso fatto. Ovviamente tutto questo accade al di fuori del normale processo di intelligence istituzionale. Pertanto sfugge a quel tipo di controllo”.
Sui social media circolano video e fotografie della guerra in Iran che sono state generate oppure alterate dall’intelligenza artificiale. Pensiamo ai video dei jet statunitensi impegnati in folli manovre pur di evitare la contraerea iraniana. Possiamo dire che è una sorta di danno collaterale di questa democratizzazione dell’intelligence?
“Si tratta in effetti di un problema reale e non credo che sia destinato a risolversi nell’immediato. In parte spetta anche all’osservatore valutare se le immagini presentate siano state per qualche motivo oggetto di alterazioni. Personalmente non mi sono mai imbattuto in immagini ottenute con il telerilevamento che siano state modificate con l’intelligenza artificiale. Il che non esclude ovviamente che possano esistere. Al contrario, ho visto svariati esempi di fotografie scattate a livello del suolo che sono state manipolate: ciò può rivelarsi problematico poiché la guerra dell’informazione si vince o si perde anche su questi dettagli. Personalmente io sono a favore dell’accessibilità di immagini satellitari, poiché contribuiscono alla trasparenza: che gli scopi siano militari, umanitari o ambientali. Quanto alle immagini alterate dall’intelligenza artificiale, è responsabilità di ogni singolo individuo esercitare uno spirito critico per smascherare i falsi”.
La settimana scorsa due grandi aziende americane hanno deciso di ritardare la pubblicazione di immagini satellitari della guerra in Iran. Si tratta di una mossa corretta per ragioni di sicurezza nazionale oppure siamo di fronte a un caso di censura, visto che le società in questione hanno contratti con il Pentagono?
“Nel caso degli Stati Uniti si tratta del tentativo di imporre una qualche forma di limitazione su ciò che è disponibile e accessibile, specialmente in contesti sensibili come un’operazione militare. Ovviamente altri Paesi, come la Francia o il Regno Unito, possono avere al riguardo normative diverse. A mio avviso ritengo che sia una scelta corretta, che fa parte delle procedure standard del Dipartimento della guerra e delle agenzie di intelligence. Quello che molti dimenticano è che aziende americane come Maxar non sono le sole a fornire immagini satellitari: in orbita ci sono satelliti commerciali russi, indiani, giapponesi. Pertanto è possibile acquisire immagini dal fronte aggirando le restrizioni del Pentagono. Quindi, dal punto di vista della sicurezza operativa, l’approccio degli Stati Uniti è condivisibile. Tanto più che immagini di qualità simili possono essere reperibili anche da fonti diverse”.










