Un data center. Negli ultimi due anni abbiamo prodotto più informazioni che nell'intera storia dell'umanità
Un data center. Negli ultimi due anni abbiamo prodotto più informazioni che nell'intera storia dell'umanità (keystone)

Prigionieri dei Big Data

I nuovi algoritmi prevedono i divorzi o la nascita di un bimbo. E sanno dirvi anche se, dove e quando sarete derubati

Dalla lettura degli scontrini di un supermercato si può prevedere un divorzio (con un anticipo di diversi mesi), intuire se una donna aspetta un bimbo (prima che lei stessa ne sia consapevole o l’abbia annunciato - come ha spiegato sulle pagine del New York Times Carles Duhigg), risalire all'identità del titolare di una carta di credito e allo storico di tutti i suoi acquisti (bastano quattro "strisciate" anonime).

 

Non è fantascienza, accade già oggi. Basta applicare ai dati da esaminare gli ultimi algoritmi predittivi, che riescono anche ad azzeccare quale sarà il prossimo  quartiere dove entreranno in azione "i topi d'appartamento".

Elaborati dai data scientist, i nuovi algoritmi sono capace di setacciare e incrociare (a una velocità e con una precisione mai vista prima) i Big Data, ovvero i miliardi di tracce digitali con le nostre informazioni personali, che tutti noi disseminiamo senza farci troppo caso quotidianamente, (qualche esempio, tra gli altri): quando utilizziamo uno smarthphone, una carta di credito, una tessera fedeltà oppure lanciamo una ricerca in internet, carichiamo sul web immagini e video, postiamo su Facebook o Twitter, telefoniamo a un call center.

Cosa succede in un minuto su internet
Cosa succede in un minuto su internet (@ValaAfshar twitter)

"Siamo noi a originare i Big Data, ogni giorno, quando affidiamo le nostre vite alla tecnologia. E negli ultimi 2 anni abbiamo generato più informazioni che nell'intera storia dell'umanità (2,5 quintilioni - un numero con 18 zeri - solo nel 2015, fonte ENISA 2015 "Privacy by design in big data"), spiega ai microfoni della RSI la professoressa Antonietta Mira, co-direttrice dell’Istituto Interdisciplinare della Scienza dei Dati all’Università della Svizzera italiana (USI). "Ogni minuto su YouTube (che nel 2015 ha guadagnato 4 milioni di dollari in pubblicità) vengono caricati circa 300 minuti di video e visti filmati (della durata equivalente a 323 giorni) da 1 milione di utenti, l'82% dei quali ha un'età compresa tra i 14 e i 17 anni. Su Google, sempre ogni 60 secondi, vengono fatte 2,4 milioni di ricerche, ovvero 40'000 al secondo", sottolinea la ricercatrice.

Le aziende private o le istituzioni utilizzano le nostre tracce digitali per fini diversi. Le società che fanno ricerche di marketing, per esempio, vogliono sapere se nella vostra vita sta per arrivare un bambino … o un divorzio, per proporvi questo o quel prodotto (e possono capirlo da come si modificano i vostri scontrini della spesa, ad esempio le puerpere semettono di acquistare saponi profumati per via delle nausee e nel carrello iniziano ad entrare reintegratori). La polizia, grazie ai cosiddetti algoritmi di tipo "robocop", che ogni giorno segnalano le 10 aree più "calde" della città, vuole invece ottimizzare il dispiegamento degli agenti nelle zone dove hanno più probabilità di verificarsi i reati, grazie all'analisi dei dati fatta con i criteri messi a punto da matematici, statistici, informatici, antropologi e criminologi.

"Dovremmo riflettere. Quando firmiamo un consenso rinunciamo al possesso dei nostri dati e perdiamo una parte più o meno grande della nostra privacy - sottolinea la professoressa Mira -. Oggi il pericolo non è avere un unico "Grande Fratello" ma piuttosto trovarci di fronte a tanti "piccoli-grandi fratelli", che sanno molto di noi. Tutte le aziende che raccolgono dati (ad esempio Google, Facebook, Twitter, Amazon, Microsoft...) diventano proprietari di tracce digitali che raccontano non solo il nostro passato ma anche quello che faremo nel futuro".

"Dobbiamo tenere sempre ben presente che, anche se i dati vengono raccolti in forma anonima, raccontano tutto di noi: e non svelano, ad esempio, solo le nostre preferenze sessuali ma anche per chi voteremo alle prossime elezioni".

Massimiliano Angeli

Condividi