PPD senza C

TG 12:30 di lunedì 29.06.2020

"Il problema di fondo non è la C"

Il politologo Andreas Ladner vede più rischi che opportunità nel prospettato cambiamento di nome del PPD nazionale

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I vertici del Partito popolare democratico nazionale - sulla base di un sondaggio interno - hanno rilanciato con forza l'idea di abbandonare la C che sta per "cristiano" nella definizione tedesca, francese e romancia del partito. Il 53% degli aderenti vedrebbe di buon occhio la creazione di una nuova formazione denominata "Centro", come già si chiama il gruppo parlamentare unico del quale fanno parte anche gli evangelici e i borghesi-democratici. La prospettiva fa storcere il naso ad alcune sezioni cantonali (come quella vallesana) ed è ritenuta rischiosa anche da alcuni politologi.

RG 12.30 del 29.06.20: l'intervista al politologo Andreas Ladner di Alan Crameri
RG 12.30 del 29.06.20: l'intervista al politologo Andreas Ladner di Alan Crameri
 

Due pericoli

"Vedo due pericoli con un cambio di nome. Da una parte è proprio la perdita di una caratteristica unica e distintiva nel panorama partitico, cioè la C di "cristiano" che aiutava a raggruppare anche un elettorato con visioni divergenti al suo interno. D'altra parte va detto che il PPD sta facendo questa riforma mentre è sulla difensiva, lo fa per non perdere altri elettori, per non finire sotto il 10% ed eventualmente perdere l'unico consigliere federale che gli è rimasto in governo. Per questo valuta anche di fondersi coi borghesi democratici. È delicato riformarsi in un momento di debolezza, e non ci si può illudere che cambiando il nome si risolvano i problemi più profondi", spiega alla RSI Andreas Ladner, professore di Amministrazione svizzera e politiche istituzionali all'Istituto superiore di studi in amministrazione pubblica (IDHEAP) di Losanna.

Un'idea già affossata in passato

L'analista della vita politica svizzera, riconoscendo che "sarebbe certamente un passo grande per il partito", ricorda "l'idea non è del tutto nuova". Già in passato se ne era discusso, ma il riposizionamento era stato affossato da chi all'interno voleva mantenere il riferimento cristiano. Il contesto e le sensibilità nel frattempo sono però mutate. Tanto che lo corso febbraio il presidente Gerhard Pfister aveva annunciato l'avvio della consultazione interna. Tra le varianti figuravano anche: "CVP. Die Mitte", "Allianz der Mitte" e "Demokratische Volkspartei".

Il PPD rischia di perdere dove è più forte

L'obiettivo dichiarato dei vertici PPD è di bloccare l'emorragia di consensi e scongiurare il rischio di perdere anche l'ultimo seggio in Consiglio federale. Magari anche grazie all'unione con il Partito borghese democratico che caldeggia la fusione. Ma non è detto che l'operazione permetta di raggiungere il risultato. "La speranza è di conquistare elettorato non cattolico, soprattutto in regioni molto popolose, come Losanna, Berna, o Zurigo. Centri protestanti dove il PPD ha fatto molta fatica. L'altra faccia della medaglia è il rischio di perdere dove il partito è ora forte, in Vallese, Svizzera centrale, e in parte in Ticino", sottolinea Andreas Ladner che non crede nelle opportunità di successo di un'operazione che si tradurrebbe in un cambiamento di rotta politico. "Il PPD può diventare più moderno, più progressista… ma lì c'è la concorrenza di altri partiti, come il PLR o i Verdi-liberali. Questo va considerato se si vuole abbandonare la linea conservatrice".

Quale è la visione a lungo termine?

Il primo banco di prova per l'eventuale nuovo Centro potrebbe giungere con le elezioni federali del 2023. Sarà lì che il PPD, in caso di cambiamento, dovrà dimostrare di aver adottato una strategia vincente. Ma non sarà facile. "Essenziali per i vertici del partito è fermare il calo di consensi in corso da decenni. Una soglia importante è quella del 10%, non deve scendere al di sotto. Anche se bisogna poi vedere che risultati ottengono gli altri partiti, ci sono fattori esterni imprevedibili – sottolinea il politologo -. Cambiare il nome è un primo segnale, ma poi ci vogliono i politici che si profilano, e che hanno successo con le loro idea. Perché un nuovo marchio può servire a corto termine, ma non può bastare se si pianifica per i prossimi 20 anni".

RG/Diem
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