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Siria, il linguaggio di un conflitto

Le considerazioni del filosofo italiano Carlo Sini sull'uso delle parole e dei nuovi mezzi di comunicazione da parte di Barack Obama e del Papa

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“Il Papa si è fatto capire in maniera più moderna del presidente degli Stati Uniti: sembra un paradosso”. Carlo Sini , filosofo italiano, socio corrispondente dell’Accademia nazionale dei Lincei, non ha dubbi nell’affermare che il Pontefice, in questa fase del conflitto siriano, abbia giocato la carta giusta nel veicolare il suo messaggio. Bergoglio infatti, optando sui social media, e in particolare su Twitter, è riuscito a “contaminare” il mondo con il suo messaggio di pace, un messaggio in verità tradizionale, veicolato però con un mezzo contemporaneo (ascolta gli audio a lato).

Al contrario Barack Obama, invischiato nelle sue stesse parole, (quella “linea rossa da non superare” lo ha obbligato a scendere in campo dopo due anni dall’inizio del conflitto siriano), in verità non si distanzia molto dai suoi predecessori. Ha optato per un tono diplomatico, cercando in tutti i modi di far passare il messaggio che "un eventuale intervento non avrebbe avuto la natura di una guerra”, evidenziando in questo modo un disagio, un’insicurezza.

Nel tentare di non usare una terminologia bellica (“non siamo sceriffi del mondo”), sottolinea Sini, Obama, premio Nobel per la Pace nel 2009, ha scelto la via della reprimenda morale nei confronti del nemico Bashar al Assad, affermando: “Sarà un intervento punitivo”. Un linguaggio figlio del “nostro secolo” che evita con cura di parlare apertamente di una guerra, siccome il peso dell’opinione pubblica (allergica ai conflitti), proprio nell’era dei social media, diventa sempre più pesante.

Alessandra Spataro


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