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Marenco e il crac miliardario

Dall'Italia emergono nuovi particolari sulle accuse mosse al finanziere arrestato a Lugano

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Il nome di  Marco Marenco, l'imprenditore astigiano arrestato venerdì a Lugano dalla Polizia cantonale su istanza di rogatoria internazionale, potrebbe passare alla storia per uno dei crac più grandi d'Italia dopo quello della Parmalat: ben 3,5 miliardi di euro.

L'azionista dei cappelli Borsalino, latitante dallo scorso luglio, era ricercato anche in Ticino, dietro segnalazione dell'autorità italiana, per una lunga serie di reati che vanno dalla bancarotta alla truffa e all'evasione fiscale. L'agenzia delle dogane di Alessandria, in Piemonte, si è accorta che alcune società attive nell'ambito del gas e dell'energia, i settori forti dove operava Marenco, non pagavano le tasse. All'erario mancano almeno 200 milioni di euro, nulla rispetto al buco finale di questo imprenditore abile secondo l'accusa. Nel 2013 le sue società, una decina in tutto, vengono dichiarate fallite.

Per i numerosi creditori dell'imprenditore, banche, fornitori di gas italiani e stranieri, recuperare i propri soldi è ormai troppo tardi. Nel luglio 2014 la procura di Asti spicca il mandato di arresto e Marenco, che fino a quel momento aveva seguito di persona i suoi guai giudiziari, svanisce nel nulla. L'inchiesta si allarga poi anche ad Alessandria, dove nel frattempo va in crisi la Borsalino, storico marchio dei cappelli indossati da star e personalità di tutto il mondo che già nel 2008 lo aveva esautorato dai poteri decisionali. E che lo scorso ottobre lo ha messo in mora.

Ansa/sdr

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