I premiati agli Open Doors
I premiati agli Open Doors (Locarno Festival)

Lettera dall'Afghanistan

La Sezione Open Doors tra premi e belle scoperte in sala

  • Stampa
  • Condividi
  • a A

Open Doors è la sezione – una sezione preziosa non solo dal punto di vista cinematografico – realizzata in collaborazione con la Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) e con il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE). Suo obiettivo sostenere le cinematografie di quei paesi del Sud o dell’Est del mondo in cui per ragioni diverse realizzare progetti cinematografici indipendenti è particolarmente complesso.
Per tre anni dal 2016 al 2018 le cinematografie esplorate sono quelle del sudest asiatico. Per il pubblico storie ed immagini dall’Afghanistan, dal Bangladesh, dal Bhutan, dalle Maldive, dal Myanmar, Nepal e ancora da Pakistan e Sri Lanka. Per i cineasti (registi e produttori) che provengono da quei paesi, la possibilità di seguire sei giorni di un programma che prevede gruppi di discussione, proiezioni, e incontri con professionisti internazionali dell’industria cinematografica. Insomma la possibilità di crearsi una rete di contatti essenziale per i progetti in corso e per quelli futuri.
Un progetto che da quest’anno trova due ulteriori partner: il Torino film Lab e l’Initiative Film. Entrambi mettono a disposizione due nuovi premi che consentiranno ai vincitori un seguito al lavoro intrapreso durante il Locarno Festival per realizzare i loro progetti e dare loro la visibilità necessaria.

Ed eccoli i vincitori: Pradeepan Raveendran (Sri Lanka)  autore di Shadows Of Silence, Jawed Taiman (Afghanistan), Rasitha Jinasena (Sri Lanka), Jami Mahmood (Pakistan), Rubaiyat Hossain con il progetto per Made in Bangladesh (Bangladesh), We Ra Aung per quello di One Summer Day (Myanmar), e infine Dawood Hilmandi per quello di  Badeszenen (Afghanistan).

In sala anche una prima mondiale

Per il pubblico naturalmente la parte di maggior interesse della sezione è quella in cui si possono scoprire cinematografie generalmente in ombra: è il caso del lavoro di cineasti provenienti da Afghanistan, Sri Lanka e Pakistan. Nel programma sia film che risalgono agli anni scorsi sia nuovissime produzioni. Tra queste anche Namai Ba Rahis Gomhor (A letter to the President) primo film, dopo la realizazione di  alcuni documentari, di Roya Sadat, regista afghana che insieme alla sorella, ha fondato la Roya Film House, la prima società di produzione creata da donne del paese. La pellicola compete anche al Premio per la miglior opera prima.

40 anni di guerra e soprattutto l’avvento dei talebani hanno evidentemente avuto forti ripercussioni sulla cinematografia di quel paese:

  

Il film di Roya Sadat è coraggioso e originale nel presentare la realtà dell’Afghanistan di oggi, un paese ancora pieno di contraddizioni in particolare per quanto riguarda la giustizia e la condizione femminile. Discriminazioni e razzismo sono sullo sfondo di una vicenda che ha per protagonista una donna condannata a morte per l’uccisione del marito. Una condanna che cela però la ritorsione per il suo lavoro di pubblico ufficiale che cerca di far rispettare la legge.
La goccia che fa traboccare il vaso è portare in carcere una giovane accusata di adulterio sottraendola a una sommaria esecuzione. Per i clan un ulteriore affronto al loro potere dopo essere stati colpiti negli interessi economici di un vasto sistema di corruzione e sopraffazioni.

In carcere, separata dai figli, l’ultima speranza per la donna è una lunga lettera che indirizza al presidente. Ma non solo a lui…

 

MBON

Condividi