Cinquantasei anni dopo quei 3 spari

Il 22 novembre del 1963 venne ucciso John Fitzgerald Kennedy; il ricordo del corrispondente RSI dagli USA Massimiliano Herber

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È il 22 novembre. Anche oggi è venerdì. Sono passati 56 anni dall’uccisione di John Fitzgerald Kennedy. Una storia che pensiamo di conoscere a memoria e che invece, personalmente, continua a catturare la mia attenzione. Ricordo il mio primo anniversario della morte di JFK quando, appena teenager, sentii riproporre alla radio le per me allora poco comprensibili parole di Walter CronkiteIn Dallas, Texas, three shots were fired…”. E ammetto pure di aver ceduto alle teorie complottiste dopo aver visto il film di Oliver Stone. Ricordate la famosa “pallottola magica”?

Oggi l’ultima generazione ad aver visto JFK in vita è ormai in pensione, ma il mito del più giovane presidente americano eletto viene costantemente alimentato, complici la nostalgia e forse una malsana abitudine editoriale. In visita al cimitero di guerra di Arlington con la scuola, ad esempio, la fiamma perenne che rende omaggio a Kennedy è stata la prima delle 420'000 tombe mostrate alla classe di mio figlio.

Su uno scaffale dell’ufficio, ho trovato la copia – quasi certamente una ristampa – del Dallas Morning News del 23 novembre 1963. Il giorno dopo la giornata più traumatica e incredibile della storia politica americana del Novecento. L’ho ereditata da chi mi ha preceduto qui a DC, era lì dal 2013. Ieri sera, non ho resistito e l’ho sfogliata.

La prima pagina del Dallas Morning News del giorno dopo
La prima pagina del Dallas Morning News del giorno dopo

In prima pagina le foto del presidente assassinato e, più piccola, quella del suo successore, il texano Lyndon B. Johnson. L’incipit del racconto di quel venerdì texano è firmato da Robert F. Baskin che viaggiava sulla vettura dedicata alla stampa a 100-150 metri da quella di JKF. “Le nuvole grigie all’orizzonte erano scomparse, la giornata iniziava in modo propizio come sempre nella carriera di Kennedy…

La pagina tre
La pagina tre

A pagina tre ci sono le foto del deposito di libri scolastici da dove sparò Lee Oswald. Con una grafica rudimentale è disegnata la traiettoria degli spari dallo stabile con l’insegna della Chevrolet in direzione di Elm Street, all’altezza di Dealey Plaza. A fianco vi è il racconto di quattro testimoni oculari, Mary (che firma l’articolo), Maggie, Aurelia ed Ann. Quattro ragazze che dicono di aver deciso di andare ad assistere al passaggio del presidente durante la pausa di mezzogiorno, portando con sé “qualche crackers e delle mele”. Due di loro l’avevano già visto tre anni prima durante la campagna elettorale e confessano di averlo trovato “rilassato e un po’ più robusto”; quando l’auto svolta le accompagna una convinzione un po’ civettuola, quella “di essere gli ultimi volti notati [da JFK] nella folla”. Poi i tre spari. Lo stupore per l’auto presidenziale che accelera e poi rallenta. Il disorientamento e la paura. La convinzione di aver vissuto “un incubo che le avrebbe accompagnate tutta la vita”.

Una poltrona rimasta vuota
Una poltrona rimasta vuota

A pagina quattro c’è la famosa foto del giuramento di Johnson a bordo dell’Air Force One sulla pista dell’aeroporto Love Field di Dallas. Al suo fianco c’è Jacky Kennedy con il vestito rosa ancora sporco di sangue. Il titolo dedicato al neopresidente texano ricorda la profezia del nonno alla sua nascita. “Diventerà un senatore degli USA”. Auspicio superato nel modo più incredibile e tragico.

A pagina sei si parla del presunto omicida, Lee Oswald e il titolo fa riferimento al suo viaggio in Unione Sovietica nel 1959. C’è la foto scattata nel carcere di Dallas alla moglie Marina accompagnata dalla suocera Marguerite. In braccio porta ancora in fasce la figlia di poche settimane. Nella didascalia si sottolinea che “non è noto se la donna ha avuto il permesso di vedere il marito”.

Nelle pagine successive iniziano a comparire i necrologi e altri annunci a pagamento. A pagina nove si racconta della veglia fuori dall’ospedale di Parkland, duecento persone raccolte in preghiera. Due pagine dopo il resoconto dell’ultimo intervento pubblico del presidente Kennedy - a Forth Worth, il mattino del 22.11 - dove elogia l’ultimo investimento militare, i caccia TFX, “a powerful force for freedom”. Accanto c’è la foto di una sedia vuota. Quella del Dallas Trade Mart, il centro commerciale, dove JFK avrebbe dovuto tenere un discorso davanti al mondo dell’economia del Lone Star State. 

In basso a pagina quattordici si ricorda che alla Casa Bianca e negli edifici pubblici le bandiere saranno a mezz’asta in segno di lutto per un mese. Mentre nella pagina successiva si legge della cena di gala prevista ad Austin la sera del venerdì e trasformatasi in cerimonia funebre. L’articolo si chiude con le parole del cappellano Townsed: “il dolore ci rende tutti uguali… tutti dobbiamo attraversare valli ed ombre”. A pagina 16 e 17, fitto fitto, c’è il ritratto del trentacinquesimo presidente americano, “At 43, Youngest Elected President”, dalla crisi missilistica con Cuba alla sua religione cattolica (“non un ostacolo alla sua presidenza”).

Il presidente sportivo
Il presidente sportivo

Anche nelle pagine sportive ricordano il “presidente sportivo” poi, vieppiù numerosi, figurano gli annunci degli eventi cancellati o rinviati. “Il ballo in maschera” di Verdi all’Opera Civica previsto per il sabato viene rinviato alla domenica, mentre la lega di football americano, la #NFL, annuncia che le partite della domenica pomeriggio sono confermate; la squadra locale, i Dallas Cowboys, gioca a Cleveland. Ma per il lutto la CBS ha rinunciato alla diretta televisiva.

Massimiliano Herber
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