La chiusura dello stretto di Hormuz e le incertezze della guerra stanno spingendo operatori e governi a cercare fornitori alternativi e nuove rotte marittime in grado di garantire maggiore sicurezza.
Gli effetti sono già evidenti in particolar mondo sul settore energetico. La riduzione delle consegne continua a far aumentare i costi e ridurre servizi. Le compagnie aeree stanno già cancellando voli a causa della crisi del carburane, oltre a rincarare i biglietti. Dallo stretto di Hormuz transitava circa il 20% delle esportazioni mondiali di idrocarburi, dirette in larga parte verso i Paesi asiatici, oggi tra i più colpiti.

Due navi cargo in attesa dell'apertura dello Stretto di Hormuz
In questo contesto cresce la pressione sul Canale di Panama, dove il traffico è in aumento. In media 36 navi passano ogni giorno, nell’ultimo mese il numero ha superato le 40 navi, rimanendo comunque limitato. Il Canale funziona grazie a un sistema di chiuse e richiede ingenti quantità di acqua dolce per funzionare. Inoltre, il transito deve essere prenotato con anticipo, in assenza di prenotazione, i tempi di attesa possono arrivare fino a cinque giorni. Una quota giornaliera di 5 passaggi viene assegnata tramite aste, che possono essere acquistati dalle compagnie con maggiore urgenza.

Una nave cargo attraversa il canale di Panama
Il costo medio per attraversare il canale varia tra i 300’000 e i 400’000 dollari. A questa cifra si aggiungono, in caso di priorità, i costi delle aste, che in condizioni normali oscillano tra i 130’000 e i 150’000 dollari. Con l’aumento della domanda, i prezzi sono saliti sensibilmente, raggiungendo in alcuni casi diversi milioni di dollari. In un episodio recente, una petroliera ha modificato la propria rotta per effettuare una consegna urgente a Singapore, passando da Panama. Per rispettare i termini di consegna ha pagato il prezzo record di 4 milioni di dollari all’asta per il passaggio prioritario.
Nonostante l’aumento dei transiti, il Canale di Panama costituisce solo una risposta molto parziale alla domanda globale generata dalla crisi. Oltre ai limiti che impone la posizione geografica, il sistema stesso di chiuse presenta limiti strutturali: le sue dimensioni non sono compatibili con le moderne mega-navi che solcano gli oceani. Alcune delle petroliere più grandi, in grado di trasportare fino a 2 milioni di barili, non possono attraversarlo.
Una nave di Monrovia nel Canale di Panama
Da parte sua l’amministrazione del Canale deve affrontare problematiche molto lontane dalle guerre, a incidere maggiormente sulla funzionalità del canale sono infatti fattori ambientali. Il Paese è esposto agli effetti del fenomeno climatico di El Niño, che comporta una riduzione delle precipitazioni, che si traduce in carenza d’acqua per permettere i passaggi attraverso le chiuse. Nei prossimi mesi è prevista una diminuzione delle piogge tra il 10% e il 20% in diverse aree, con possibili ripercussioni sulle riserve idriche necessarie al funzionamento delle chiuse. Già tra il 2023 e il 2024, durante un episodio particolarmente intenso, i transiti furono ridotti fino a un terzo, causando disagi a livello globale. Per limitare la vulnerabilità del canale, si è già approvata la realizzazione di un nuovo bacino idrico per aumentare la disponibilità d’acqua. Il progetto, ritardato per anni, comporta la costruzione di una diga sul fiume Indio. Richiede un investimento fino a 1,6 miliardi di dollari, oltre a ripercussioni sociali ed economiche, richiedendo lo spostamento di oltre 12’000 persone, con proteste da parte delle comunità coinvolte per l’esproprio delle terre. I lavori dovrebbero iniziare nel 2027 e durare 6 anni.




