Quando si parla dello Stretto di Hormuz, il pensiero corre subito al petrolio. In effetti lo abbiamo capito ormai: è uno dei punti più sensibili del commercio energetico mondiale. Tuttavia, fermarsi a considerare il mero greggio potrebbe essere limitante: da questo stretto, infatti, non passano soltanto barili, ma anche gas naturale liquefatto, prodotti chimici e fertilizzanti. Tutte materie prime fondamentali per l’agricoltura globale.
Proprio riguardo a ciò, abbiamo discusso con Edoardo Beretta, professore titolare di macroeconomia all’Università della Svizzera italiana, il quale ci ha subito rimarcato che “ridurre la strategicità internazionale dello Stretto di Hormuz al solo petrolio sarebbe riduttivo”.
Non solo petrolio ma anche fertilizzanti e materie prime agricole
Dallo Stretto passa un quarto del petrolio mondiale ma anche circa un quinto del commercio mondiale di gas naturale liquefatto (GNL), soprattutto grazie al Qatar che dopo l’abbandono quasi completo del gas russo, “è diventato particolarmente strategico”, ha evidenziato il professor Edoardo Beretta.
La parte meno visibile, ma molto rilevante, riguarda però i fertilizzanti. Urea e ammoniaca, ad esempio, sono due pilastri dei fertilizzanti azotati, usati per sostenere la produzione di cereali, mais, riso e altre colture di base. Secondo le stime del Fertilizer Institute, i Paesi del Golfo collegati a Hormuz pesano per circa un terzo del commercio mondiale di urea e per una quota tra un quarto e un terzo dell’ammoniaca trasportata via mare. A questo si aggiunge lo zolfo, essenziale per i fertilizzanti fosfatici. “Se si pensa che il Golfo Persico esporta oltre il 40% dello zolfo mondiale e che da Hormuz transita suppergiù un terzo dei fertilizzanti mondiali, è chiaro che il problema va ben oltre il solo petrolio”, ha osservato Beretta.

Edoardo Beretta, Professore titolare di macroeconomia all’USI.
Un rischio di aumento dei prezzi nei supermercati
Se i fertilizzanti rincarano o diventano più difficili da reperire, l’impatto non è immediato come quello della benzina, ma può essere comunque rilevante. Gli agricoltori, ad esempio, possono ridurre l’uso di fertilizzanti per contenere i costi e questo significherebbe rese più basse, raccolti più deboli e, infine, cibo più caro o scarso. Nel 2026 i prezzi dell’urea sono saliti rapidamente in poche settimane, segnale di quanto questa filiera sia sensibile a uno shock su Hormuz.
Il tema tocca soprattutto i Paesi più vulnerabili. Molti Stati africani, ad esempio, dipendono fortemente dalle importazioni di fertilizzanti e hanno sistemi agricoli molto esposti alle oscillazioni dei prezzi internazionali. In questi contesti, un forte rincaro dell’urea o dell’ammoniaca può trasformarsi anche in un problema di sicurezza alimentare: meno fertilizzante disponibile significa spesso meno produzione agricola e prezzi alimentari più instabili. “I Paesi meno abbienti e quindi meno in grado di sostenere forti rialzi dei prezzi, rischiano di essere particolarmente colpiti”, ha sintetizzato Beretta.
E per la Svizzera? Il legame è soprattutto indiretto
Per la Svizzera, il quadro è diverso. Guardando ai flussi diretti, la Confederazione importa pochissimi fertilizzanti direttamente dal Golfo. Le importazioni arrivano soprattutto da Paesi europei come Germania, Paesi Bassi e Francia. Se ci si fermasse a questo dato, si potrebbe pensare che Hormuz conti poco per il mercato svizzero.
Guardando alla filiera, però, il punto è un altro: la Svizzera importa una quota ingente del proprio cibo dall’Unione europea e l’agricoltura europea dipende direttamente e in misura crescente da fertilizzanti importati. In altre parole, la Svizzera non è particolarmente esposta in modo diretto al Golfo, ma lo è indirettamente attraverso i Paesi europei da cui acquista prodotti alimentari e input agricoli. Basti inoltre pensare che nel 2024, la Svizzera ha prodotto in casa il 42% delle calorie alimentari consumate, importando il 58% dall’estero, di cui il 73% dall’UE, con Germania, Italia e Francia che da sole coprono quasi la metà del cibo importato.
Uno dei passaggi più delicati al mondo, ma non è l’unico
Lo Stretto di Hormuz è spesso descritto come uno dei punti più sensibili del commercio globale, ma di fatto non è l’unico “collo di bottiglia” capace di mettere sotto pressione i mercati internazionali. “Anche il Canale di Suez in Egitto, lo Stretto di Malacca tra Malesia e Singapore o il Canale di Panama possono generare forti tensioni se si bloccano o rallentano”, ci ha spiegato il professor Beretta. In merito all’importanza relativa di Hormuz rispetto a questi altri punti menzionati “è difficile stilare una classifica”, ha sottolineato, ricordando anche che “diversi snodi marittimi possono trasformarsi in fattori di crisi per ragioni geografiche o geopolitiche”.
La particolarità di Hormuz, però, è che oggi resta particolarmente difficile da aggirare. Non conta poi solo la libertà di navigazione nello Stretto in sé: “Dalla stabilità dell’area nel suo complesso - e anche dall’integrità degli impianti di estrazione petrolifera e di GNL, che sono stati danneggiati in queste settimane di conflitto - dipende il corretto approvvigionamento di vaste aree del mondo con risorse strategiche”, chiosa Beretta. In altre parole, Hormuz non è l’unico snodo critico del pianeta, ma oggi è certamente uno di quelli in cui una crisi può propagarsi più rapidamente all’economia globale.

Stretto di Hormuz, la riapertura è durata poco
Telegiornale 18.04.2026, 20:00








