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Il blocco di Hormuz morde le economie, ma alcune di più

In Kenya i rincari su benzina ed energia causano violenze e morti - Sono infatti soprattutto i Paesi più poveri a sentire gli effetti del petrolio che non transita più dal Golfo Persico

  • Oggi, 19:40
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Petrolio e rincari: il duro effetto sul Kenya e i paesi poveri

SEIDISERA 22.05.2026, 18:00

  • Keystone
Di: SEIDISERA - Freddie Del Curatolo - Camilla Camponovo/Spi 

Il blocco della navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz sta facendo sentire i suoi effetti a livello globale, ma chi ne risente di più sono i Paesi più poveri. SEIDISERA ha approfondito un caso - quello del Kenya - dove le difficoltà vengono spiegate da Freddie Del Curatolo, collaboratore della RSI da Nairobi.

Il rincaro dei prezzi dell’energia e soprattutto della benzina sta provocando da settimane forti proteste in Kenya, la polizia ha reagito con violenza, ci sono stati anche dei morti. Il governo è stato costretto a promettere un taglio delle tasse sui carburanti.

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Medio Oriente: riprendono le trattative

SEIDISERA 22.05.2026, 18:00

  • Reuters

Basterà questo a calmare la situazione? “Le promesse fatte questo venerdì dal presidente keniano William Ruto sulle riduzioni dei prezzi del carburante alla pompa dal prossimo giugno hanno sortito un primo effetto immediato. Il settore dei trasporti, infatti, ha sospeso a tempo indeterminato lo sciopero che avrebbe dovuto riprendere il prossimo lunedì”.

Si tratta di una buona notizia, spiega il corrispondente, visto il caos della scorsa settimana in tutto il Paese con 4 morti, 30 feriti e oltre 350 arresti: “È un primo passo verso la normalità. Ma la situazione resta tesa perché sulle tasche già vuote della popolazione incombe la nuova legge finanziaria che, a causa anche della crisi internazionale, potrebbe portare aumento di bollette di luce, acqua. Giugno poi è sempre il mese delle proteste a Nairobi e dintorni. Due anni fa, per via della Finanziaria, i manifestanti hanno dato addirittura alle fiamme il Parlamento”.

In Kenya, oltre che dal caro carburante, la situazione è esacerbata anche da un precedente scandalo che ha coinvolto i vertici dell’energia nazionale e un viceministro: “Sono indagati - racconta Curatolo - per aver speculato sulla mancanza del petrolio, immettendo sul mercato benzina scadente a scopo di lucro personale In molti Paesi, non solo in Kenya, alla crisi indotta dal Medio Oriente, si aggiunge il calo di fiducia nei governi e la corruzione dilagante”.

Dallo scoppio della guerra in Medio Oriente, i Paesi europei stanno diversificando le fonti di approvvigionamento dei carburanti, aumentando le scorte e cercando di ridurre i consumi. Anche in Kenya sono possibili misure di questo genere. “In un certo senso sì - spiega il corrispondente -. I leader africani, con il presidente Ruto in testa, hanno parlato nel recente forum organizzato, qui a Nairobi, da Emmanuel Macron. L’Africa vuole rendersi quanto più possibile indipendente per quello che riguarda l’energia e le chiavi sono essenzialmente due. Una è l’approccio alle energie alternative e, nel caso del petrolio, ai biocarburanti, settore nel quale, tra l’altro il Kenya è uno dei paesi all’avanguardia, anche se finora ne produce soprattutto per l’esportazione”. L’altra via è rappresentata dal petroliere nigeriano Aliko Dangote, l’uomo più ricco del continente che sta già ovviando all’attuale crisi in Africa occidentale, mentre in Paesi come il Kenya e la vicina Uganda non è il petrolio a mancare perché ci sono grossi giacimenti. “A mancare - ricorda il corrispondente - sono le raffinerie. Dangote ha promesso di costruirne due, una in Kenya e una in Tanzania. Restano ovviamente da vedere i tempi, ma la strada in questo senso potrebbe essere stata tracciata”.

Dall’India alla Bolivia, ecco le ripercussioni nel mondo

La chiusura dello Stretto non è uguale per tutti. Tra i Paesi più colpiti ci sono l’India, la Corea del Sud, la Cina e diverse economie asiatiche fortemente dipendenti dalle importazioni di petrolio e gas dal Golfo Persico.

Le conseguenze si stanno facendo sentire anche in Africa e in Sud America. In Bolivia, ad esempio, la crisi ha aggravato i problemi di approvvigionamento di carburante. L’aumento del prezzo del gas e dei fertilizzanti sta facendo crescere i costi agricoli dei prezzi di pane, cereali e oli alimentari per la Bolivia, che importa la quasi totalità del diesel e molta della benzina che consuma. Questo si è tradotto in costi insostenibili e nell’esplosione dei sussidi statali. Nelle ultime settimane l’aumento dei prezzi e la penuria di carburante hanno scatenato manifestazioni a livello nazionale, inclusa nella capitale, La Paz .

La situazione è anche molto critica in Pakistan e nello Sri Lanka, dove si sono registrati frequenti blackout, con il conseguente aumento anche dei costi dei trasporti e il rincaro dei beni alimentari di base. In Sri Lanka, dove si sono già registrati aumenti dei prezzi del carburante e dell’elettricità fino al 40%, si sta affrontando la crisi introducendo la settimana lavorativa ridotta per preservare le riserve di carburante. In Pakistan, invece, il governo ha imposto delle sospensioni elettriche per oltre 2 ore al giorno per evitare picchi nei costi.

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