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Art Basel e dintorni: 5 artisti da tenere d’occhio

L’Art Basel week si conferma ancora una volta il principale appuntamento del calendario artistico internazionale. Tra fiera ed eventi collaterali, la città ha offerto una moltitudine di prospettive e linguaggi diversi

  • Oggi, 07:00
Yayoi Kusama a Unlimited, Art Basel 2026

Yayoi Kusama a Unlimited, Art Basel 2026

  • Yayoi Kusama a Unlimited, Art Basel 2026
Di: Giorgia Fasola  

Art Basel si è chiusa ieri confermandosi centro gravitazionale del sistema dell’arte contemporanea, ma con un tono misurato e prudente. Nonostante le oltre 290 gallerie da 43 paesi e la qualità dell’offerta, la fiera ha restituito l’impressione di un mercato che, in una fase di incertezza, preferisce puntare su nomi consolidati e scelte sicure piuttosto che su azzardi curatoriali o sorprese.

Art Basel si è estesa come ogni anno oltre i padiglioni, trasformando Basilea in una piattaforma diffusa tra mostre, fondazioni ed eventi: da “Liste” dedicata alla scena emergente internazionale alle esposizioni museali di Pierre Huyghe alla Fondation Beyeler e Helen Frankenthaler al Kunstmuseum, fino alla personale di Chloe Wise.

Tra gli appuntamenti, “Basel Social Club” ha rappresentato il contraltare più evidente alla fiera: in un edificio di uffici sfitti ha costruito un percorso ibrido tra mostre, performance e attività, mescolando artisti affermati ed emergenti in chiave sperimentale. Proprio qui è emerso il contrasto più significativo: alla prudenza della fiera ha risposto un modello più libero e meno legato al mercato, lasciando spazio a rischio e imprevisto.

In questo contesto, la redazione di Cult+ ha selezionato cinque artisti da tenere d’occhio, rappresentativi di alcune delle direzioni più interessanti della scena contemporanea.

Theaster Gates (1973, Chicago) - A libation in Uncertain Times, 2024

Theaster Gates, A libation in Uncertain Times, 2024, White Cube, Courtesy of Art Basel

Theaster Gates, A libation in Uncertain Times, 2024, White Cube, Courtesy of Art Basel

L’artista statunitense lavora tra scultura, installazione, performance e progetti urbani. 

L’opera presentata nella sezione “Unlimited” è composta da circa 1000 bottiglie giapponesi storiche (binbo tokkuri), oggetti tradizionali legati alla produzione e al consumo del sake, raccolti e riutilizzati come materiale scultoreo.

Accanto a questi elementi include anche un film in cui un musicista rielabora blues e preghiere su uno strumento tradizionale giapponese (shamisen). 

Gates costruisce un’installazione che non è solo scultura, ma un rito spaziale: ceramiche, suono e immagine diventano un sistema unico che mette in relazione memoria, spiritualità e storia culturale globale.

Jang Pa (1981, Seoul) - My Soul is Pink e Pinky’s Dream, 2026

Jang Pa, My Soul is Pink e Pinky’s Dream, 2026, Art Basel 2026

Jang Pa, My Soul is Pink e Pinky’s Dream, 2026, Art Basel 2026

L’artista sudcoreana è nota per una pittura di matrice femminista che indaga il corpo, la sessualità, l’identità e le dinamiche di potere legate alla rappresentazione del femminile.

Attraverso un’estetica “grottesca” mette in scena corpi trasformati, aperti, ibridi e spesso inquietanti, con l’obiettivo di contestare la lunga tradizione di oggettificazione delle donne nell’arte. 

Le due opere presentate in fiera ne sono un esempio: nei dipinti compaiono annotazioni, commenti e schizzi dal carattere a tratti disturbante. Sono lavori che non lasciano indifferenti, capaci di generare disagio e, al tempo stesso, di stimolare riflessioni profonde.

Tobias Spichtig (1982, Lucerna) - Drama, 2026

Tobias Spichtig, Drama, 2026, Unlimited 2026

Tobias Spichtig, Drama, 2026, Unlimited 2026

La pratica di Spichtig esplora il confine tra presenza e assenza attraverso dipinti e sculture abitati da figure spettrali e malinconiche. 

I suoi ritratti allungati, influenzati dall’estetica della moda, della musica e della vita notturna, attingono all’immaginario delle sottoculture contemporanee, trasformandolo in immagini sospese tra seduzione e inquietudine.

A “Unlimited” mette in scena un teatro in cui gli attori sono le sue stesse tele. Il lavoro disorienta perché non è facilmente classificabile: stiamo guardando dei dipinti? Un’installazione? Una performance che deve ancora iniziare? Non è nemmeno chiaro se si possa accedere o meno. Questa ambiguità spinge però il visitatore a soffermarsi più a lungo, trasformandosi in una pausa inattesa nel caos della fiera.

Fiker Solomon (1985, Etiopia) - Becoming What we Wear, 2026

Fiker Solomon, Becoming What we Wear, 2026, Liste, Afriart Gallery 2026 © Fiker-Solomon,-Courtesy-of-Afriart-Gallery-and-the-Artist

Fiker Solomon, Becoming What we Wear, 2026, Liste, Afriart Gallery 2026 © Fiker-Solomon,-Courtesy-of-Afriart-Gallery-and-the-Artist

La pratica dell’artista si concentra su arazzi e installazioni tessili realizzati con fibre naturali e materiali di recupero. Le superfici che costruisce sono dense e stratificate, e combinano valore materico e simbolico, tra natura, lavoro e quotidianità.

Al centro della sua ricerca c’è il rapporto tra tessuto e identità, indagato attraverso elementi e forme che evocano esperienze, luoghi e memorie.

Inaspettatamente, il suo lavoro recente parte dalla fotografia: Solomon osserva il proprio corpo in movimento e registra come gli abiti si deformano, si tendono o si aprono. Queste trasformazioni diventano il punto di partenza delle sue opere. 

Marek Wolfryd (1898, Città del Messico) - Content Creation in the Age of Globalized Reproduction, 2026

Marek Wolfryd, Content Creation in the Age of Globalized Reproduction, 2026. Basel Social Club 2026

Marek Wolfryd, Content Creation in the Age of Globalized Reproduction, 2026. Basel Social Club 2026

L’artista messicano lavora tra pittura, installazione e altri linguaggi per indagare il punto in cui arte ed economia si intrecciano.

Al “Basel Social Club” presenta un lavoro che rielabora frammenti del saggio di Walter Benjamin L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica in lettere gonfiabili.

Per ogni intervento il testo viene tradotto nella lingua del paese ospitante e adattato alle dimensioni dello spazio. L’opera assume così una configurazione diversa a seconda del contesto in cui viene esposta.

Alla chiusura della mostra, i palloncini vengono forati e compressi, trasformando il progetto in un unico oggetto scultoreo.

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