La domanda sulla possibilità della critica culturale nell’epoca degli algoritmi non è nuova, ma oggi assume una forma più radicale. La trasformazione dell’ecosistema mediale (con la proliferazione delle recensioni automatiche) ha modificato non solo le condizioni di produzione del discorso critico, ma la sua stessa legittimità. Nel contesto mediatico attuale, infatti, il giudizio del critico è stato sostituito dall’opinionismo diffuso.
La critica nasce come pratica di distinzione, come esercizio di lettura situata, come costruzione di un contesto interpretativo. L’algoritmo, al contrario, opera per correlazioni. La sua logica non è ermeneutica, ma statistica. Si assiste così alla sostituzione del criterio con la metricizzazione.
Il fenomeno è evidente nel campo editoriale: la chiusura della sezione recensioni di molti portali (tra cui l’Associated Press), motivata dal basso numero di lettori e dall’insostenibilità economica, segnala una trasformazione strutturale del rapporto tra pubblico e media culturali. La recensione specialistica non è più percepita come un servizio, ma come un surplus. L’algoritmo, invece, è percepito come neutrale, immediato, gratuito. È qui che si gioca la partita: la critica richiede tempo, contesto, argomentazione; l’algoritmo offre immediatezza, semplificazione, efficienza.
La questione non riguarda solo la critica d’arte o letteraria, ma la funzione stessa dell’intellettuale. L’IA non è più un semplice strumento, ma un nuovo orizzonte estetico che ridefinisce i concetti di autore, originalità e responsabilità culturale. In questo scenario, la critica non può limitarsi a valutare opere: deve interrogare l’intero contesto che le produce, le distribuisce e le rende visibili.
Alessandro Pizzo, filosofo del diritto e studioso dei media digitali, parla di “fine della storia” algoritmica: un rischio di perdita di agentività, in cui la cultura non è più espressione dell’esperienza umana, ma risultato dell’interazione tra intelligenze organiche e artificiali . La critica, allora, non è un genere in via di estinzione, ma una pratica che deve ridefinire il proprio oggetto. Non più solo l’opera, ma l’infrastruttura. Non più solo il testo, ma il sistema che lo ordina.

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Per cui, tornando a bomba, la critica è ancora possibile? La risposta è meno pessimistica del previsto. La critica è possibile nella misura in cui diventa analisi del contesto digitale, ecologia dell’attenzione, pratica di lentezza in un ambiente che accelera.
Giorgio Agamben ha scritto che «pensare significa sempre pensare la potenza». È precisamente questa potenza (la possibilità di non aderire, di non rispondere immediatamente, di non lasciarsi catturare dalla logica predittiva) che oggi definisce la sopravvivenza della critica. La sua funzione non è competere con l’algoritmo, ma mostrare ciò che l’algoritmo non può vedere: la contingenza, l’interruzione, il resto non calcolabile dell’esperienza.
La critica continua a esistere ogni volta che qualcuno decide di esercitare questa potenza, di sospendere il flusso e di interrogare ciò che appare. In un’epoca che tende a trasformare ogni gesto in informazione, la critica coincide con il gesto di chi restituisce al mondo la sua opacità. È in questa opacità (fragile, irriducibile, non automatizzabile) che la critica trova ancora il suo luogo.
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