Quando diciamo che qualcosa è “kitsch”, difficilmente intendiamo fare un complimento. Eppure, questo termine ha una storia ricca e tutt’altro che banale. Dalle riflessioni di Umberto Eco alle creazioni di Andy Warhol, il kitsch ha attraversato e influenzato in modo significativo molti aspetti della cultura contemporanea. E oggi, che ruolo ha ancora?
Il termine nasce a Monaco di Baviera, attorno al 1860, tra mercanti e pittori che con quella parola indicavano immagini a buon mercato, facili da vendere, più imitazione che invenzione. Da subito, il giudizio è implicito: il kitsch è ciò che somiglia all’arte senza esserlo veramente, ciò che rincorre il gusto senza rischiare la complessità.
Eppure, ridurre il kitsch a semplice “cattivo gusto” sarebbe una scorciatoia. La sua storia coincide con quella della modernità: industrializzazione, urbanizzazione, diffusione della cultura di massa. È nel momento in cui l’arte diventa riproducibile, accessibile e diffusa che il kitsch emerge come una sorta di alter ego dell’opera originale. Non la nega, ma la replica in forma semplificata, trasformandola in merce e in emozione pronta all’uso.

Le declinazioni kitsch della Gioconda
RSI Archivi 12.10.1976, 16:59
Già negli anni Trenta, il critico Clement Greenberg vede nel kitsch il sintomo di un passaggio epocale: da un lato l’avanguardia, dall’altro la produzione culturale destinata appunto al consumo rapido. Il kitsch diventa allora il linguaggio di un pubblico allargato, che desidera bellezza ma la riceve sotto forma di cliché e sentimenti codificati.
Hermann Broch, nello stesso periodo, ne coglie il nucleo più radicale: il kitsch è imitazione. Non copia il mondo, ma replica altre rappresentazioni del mondo, riducendo la complessità a superficie. È un’estetica che privilegia il “bello” a scapito del “vero”, una promessa di armonia che spesso nasconde la perdita di senso.
Nel regno del kitsch impera la dittatura del cuore: i sentimenti suscitati devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria
Milan Kundera
A questa riflessione si aggiunge quella di Umberto Eco, che in Apocalittici e integrati individua nel kitsch una forma di comunicazione che rinuncia alla distanza critica per puntare direttamente all’emozione. Il kitsch, per Eco, non lascia spazio all’ambiguità o all’interpretazione: è costruito per essere immediatamente leggibile e per guidare il pubblico verso una risposta sentimentale precisa e piuttosto banale. Non chiede di pensare, ma di sentire. In questo senso, è perfettamente funzionale ai meccanismi della cultura di massa, che privilegiano l’immediatezza e la riconoscibilità.
Con il secondo dopoguerra, il kitsch invade definitivamente la vita quotidiana: souvenir, pubblicità, oggetti decorativi, prodotti seriali. Il suo territorio è quello della ripetizione. La riproduzione multipla rende accessibile ciò che prima era unico, ma ne altera inevitabilmente il valore, sostituendo l’esperienza con la sua copia. Eppure, proprio questa accessibilità lo rende irresistibile. Il kitsch sembra parlare una lingua universale, affettiva e condivisa.

Winter Bears, 1988
Poi accade qualcosa di inatteso. Negli anni Sessanta, con la Pop Art, il kitsch viene recuperato e rovesciato. Non più soltanto oggetto di critica, ma materiale artistico consapevole. Andy Warhol o Jeff Koons (spesso accusato di superficialità nelle sue opere) lavorano proprio su immagini kitsch, amplificandole fino a renderle specchio della società dei consumi. Il kitsch smette di essere ingenuo e diventa ironico, talvolta persino colto.
Oggi, il kitsch è ovunque e da nessuna parte. Non è più soltanto un giudizio estetico, ma una lente attraverso cui osservare il nostro rapporto con le immagini. Viviamo immersi in un mondo che produce continuamente versioni semplificate della realtà, emozioni prefabbricate, bellezze standardizzate. In questo senso, il kitsch può trasformarsi in una forma di rivendicazione consapevole: lo si vede, per esempio, nel ritorno dell’estetica glitter dei primi anni Duemila o nella riscoperta di un massimalismo eclettico, esibito con ironia e intenzionalità.

Così il brutto, almeno in parte, perde la sua carica minacciosa e diventa uno spazio con cui giocare, negoziare, persino, forse, riconoscerci. C’è qualcosa di profondamente liberatorio nell’abbandonarsi a un’estetica a lungo relegata al cattivo gusto: ed è forse proprio questa libertà imperfetta ed eccedente ciò di cui abbiamo bisogno nell’epoca dell’omologazione.

Kitsch, un’antologia completa
Diderot 20.10.2020, 17:40
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