«Scrivere questa biografia è stato in certi momenti come prendere parte a un’elaborata caccia al tesoro escogitata da Lee con la sua tipica vena sardonica. […] La Lee che ho scoperto era molto diversa da quella con cui ho battagliato per anni, e mi è rimasto il profondo rimpianto di non averla conosciuta meglio. Spesso le persone più sorprese dalle mie ricerche sono state proprio quelle a lei più vicine, come se Lee avesse pianificato con cura una piccola burla postuma.» Nel saggio The Lives of Lee Miller (1985), Antony Penrose termina così il racconto della vita, o meglio delle tante vite, di sua madre Lee Miller, una donna dalla personalità complessa e dirompente, che persino per i suoi familiari e amici più prossimi rappresentava un vero enigma.
Lee Miller, Irmgard Seefried, Opera House, Vienna 1945
I manoscritti, le lettere, le stampe e le migliaia di negativi che Antony Penrose scoprì nella soffitta della casa di famiglia dopo la scomparsa della madre, avvenuta nel 1977, riportarono alla luce una figura sfaccettata e sorprendente. Ed è grazie a quella cospicua quantità di documenti nascosti con cura da Lee Miller nell’angolo più recondito della sua abitazione, come a voler segretare e accantonare definitivamente una parte della propria esistenza, che sono nati nel tempo i Lee Miller Archives, tuttora gestiti dal figlio, la sopraccitata biografia, il recente film biopic Lee (2023), girato dalla regista americana Ellen Kuras e con l’attrice Kate Winslet a vestire orgogliosamente i panni della fotografa, e infine le tante retrospettive organizzate da musei e istituti culturali.
In questo periodo, per esempio, a celebrare il talento audace e visionario di Lee Miller sono due importanti mostre: a Torino, Camera – Centro Italiano per la Fotografia presenta fino al 1 febbraio Lee Miller. Opere 1930-1955, con oltre 160 immagini, tutte provenienti dai Lee Miller Archives; presso la Tate Britain di Londra, invece, è in corso fino al 15 febbraio la più grande retrospettiva dedicata a Lee Miller finora allestita nel Regno Unito. Progetti espositivi che ci permettono oggi di approfondire la conoscenza di una protagonista peculiare e affascinante del Novecento, rivelandoci una donna dallo sguardo libero e moderno e dalla curiosità smisurata, capace di compiere scelte radicali e di sottrarsi alle comuni convenzioni del suo tempo. «Il filo rosso che unisce tutte le esperienze di Lee Miller nel corso della sua esistenza è quello del cambiamento, della ricerca di stimoli nuovi, della volontà di sperimentare, di conoscere persone e mondi differenti, di misurarsi con situazioni sconosciute, di arricchire il proprio bagaglio di esperienze e di non fermarsi mai al già noto» ha scritto a tale proposito Walter Guadagnini, curatore della mostra torinese.
Nata nel 1907 a Poughkeepsie, nello Stato di New York, della sua infanzia Lee Miller raccontava: «Praticamente sono nata e cresciuta in una camera oscura». Già, perché il padre Theodore, ingegnere meccanico e grande appassionato di tecnologia e fotografia, aveva installato una camera oscura nel sottoscala di casa, e tra i suoi soggetti prediletti, oltre a macchine di ogni foggia, vi era proprio la figlia. Fin da giovanissima, dunque, Lee Miller aiutava il padre con lo sviluppo e la stampa e posava per lui, da sola o con le sue amiche, familiarizzando così con il mezzo fotografico.
A diciott’anni, Lee Miller visitò Parigi con due accompagnatrici più grandi. L’intento dei genitori era farle mettere la testa a posto e placare il suo spirito ribelle grazie al contatto con la cultura della vecchia Europa, ma quel primo soggiorno parigino sortì tutt’altro effetto: Lee rimase rapita dall’atmosfera eccitante della capitale francese, che in quegli anni diventava culla del Surrealismo, e non poté che nutrire un profondo desiderio di emancipazione e di piena aderenza a quel clima anticonformista e sovvertitore. Tornata negli Stati Uniti, decise di iscriversi all’Art Students League di New York. La pittura però non faceva per lei: «Dipingere è un’arte solitaria. Quando fotografi invece puoi farti degli amici e, una volta finito, stringi la tua creazione tra le mani: ogni quindici secondi puoi creare qualcosa».
Lee Miller, Nusch Éluard seduta su un’auto. Golfe Juan, Francia, 1937
In quel periodo, capitò una fortunata coincidenza: mentre Lee Miller attraversava distrattamente una strada a New York, un passante la salvò da un’auto in corsa. Costui era nientemeno che Condé Nast, il fondatore di Vogue, il quale rimase subito colpito dal fascino della ragazza. In breve tempo, Lee Miller, con il suo sguardo penetrante e il portamento elegante, comparve sulle pagine della celebre rivista, immortalata dal capo fotografo Edward Steichen. «Ero davvero molto carina. Sembravo un angelo, ma dentro ero un demonio» disse Miller di quelle prime esperienze come modella. E intanto, servizio dopo servizio, cercava di apprendere quanto più possibile dell’arte fotografica. La sua carriera di modella a New York si concluse però bruscamente quando un’immagine che la ritraeva venne usata a sua insaputa per la campagna pubblicitaria di un marchio di assorbenti. Fu uno scandalo e nessuna casa di moda volle più la “modella degli assorbenti”. Poco male: Lee Miller ormai era pronta per dare una nuova svolta alla sua vita.
A ventidue anni, con in mano una lettera di presentazione di Steichen per il fotografo surrealista Man Ray, Miller raggiunse nuovamente Parigi. Era intenzionata a stare dall’altra parte dell’obiettivo e così, incontrato il fotografo in un caffè vicino al suo studio, si presentò dichiarandosi la sua nuova assistente. Man Ray replicò di non avere alcuna assistente e di essere in procinto di partire per le vacanze, ma lei con fare risoluto ribatté: «Be’, da adesso ne ha una», proponendosi di partire con lui. I tre anni successivi furono un periodo estremamente fecondo e importante per la carriera di Lee Miller. Musa, amante e complice di Man Ray, con lui diede vita a uno speciale sodalizio artistico e sentimentale che portò, tra le altre cose, allo sviluppo dell’innovativa tecnica della solarizzazione.
Lee Miller, Ritratto dello spazio. Al Bulwayeb, vicino a Siwa, Egitto, 1937
Di tanto in tanto, Miller continuava a lavorare come mannequin posando, tra gli altri, per il raffinato George Hoyningen-Huene. Ma il desiderio di affermarsi come fotografa era più forte, così, mentre Man Ray la ritraeva sottolineandone la bellezza misteriosa e conturbante, lei, ispirata dall’atmosfera stimolante che la circondava, decise di mettersi alla prova autonomamente, comprando una Rolleiflex e sperimentando un suo peculiare stile venato di surrealismo. Riuscì anche ad aprire un piccolo studio a Parigi, ricevendo incarichi da diverse riviste. Le cose non andavano affatto male, tra opportunità interessanti, come la partecipazione al film Le sang d’un poèt di Jean Cocteau (è lei la statua bianca senza braccia che compare in una scena), e la realizzazione di servizi di moda per clienti del calibro di Schiaparelli e Chanel. Eppure, nel 1932, seppure con qualche rimpianto, Lee Miller scelse di tornare a New York, attratta da un’offerta di lavoro ricevuta da Vogue e dalla possibilità di un finanziamento per aprire un studio fotografico nella Grande Mela. Diede così vita ai Lee Miller Studios Inc., assumendo come assistente suo fratello Eric. Si occupavano principalmente di servizi di moda e ritratti per l’élite mondana e intellettuale newyorkese. E anche se il periodo non era dei più propizi, vista la crisi economica successiva al crollo di Wall Street, Miller era riuscita a farsi un nome e a catturare l’attenzione grazie alle sue spiccate doti tecniche e creative.
Qualsiasi altro fotografo avrebbe potuto dirsi soddisfatto, ma Lee Miller non era fatta per stare ferma in un posto e accontentarsi. Un’altra grande occasione si profilava all’orizzonte: nel 1934, un ricco uomo d’affari egiziano conosciuto a Parigi, Aziz Eloui Bey, si recò a New York chiedendole di sposarlo. Lei accettò, sorprendendo tutti ancora una volta e preparandosi per una nuova stagione della sua vita, stavolta al Cairo. Nella capitale egiziana, Miller era circondata dagli agi, ma questo non bastava a scacciare la noia, e soprattutto la nostalgia per l’ambiente parigino. Così, nonostante le avvincenti spedizioni nel deserto, che Lee Miller documentava con scatti enigmatici ed evocativi, nel giugno 1937 il marito, turbato dalla sua inquietudine, le regalò un viaggio in Francia. La sera stessa del suo arrivo a Parigi, durante una festa surrealista in maschera, Lee conobbe colui che sarebbe diventato il suo secondo marito: il pittore e poeta inglese Roland Penrose. Con lui trascorse tutta l’estate, tra la Cornovaglia e la Costa Azzurra, in compagnia di una folle combriccola di spiriti liberi, tra cui Max Ernst e Leonora Carrington, Paul Eluard e sua moglie Nusch, Man Ray e la sua nuova fiamma Ady Fidelin, e ancora Dora Maar e Picasso, che amava ritrarre Lee à l’Arlesienne, ma anche farsi fotografare da lei.
Lee Miller, Irmgard Seefried, Opera House, Vienna 1945
Nel periodo successivo, Lee Miller visitò la Grecia, la Romania e la Bulgaria, spesso in compagnia di Roland Penrose, decidendo infine di separarsi definitivamente dal marito e trasferirsi a Londra. Era la vigilia del secondo conflitto mondiale e, nonostante l’invito dell’ambasciata americana a fare ritorno negli Stati Uniti per sfuggire alla guerra, Lee Miller, solidale con i suoi amici europei, decise di restare: «Ho lottato per vivere in Europa […] non posso andarmene ora solo perché non c’è abbastanza burro per tutti».
Armata della sua preziosa Rolleiflex e ingaggiata come fotografa freelance da British Vogue, Lee Miller iniziò a setacciare la città ferita dai bombardamenti tedeschi con il suo occhio surreale e poetico, bilanciando gli incarichi più noiosi e prevedibili con la creazione di immagini singolari in cui si intrecciavano eleganza e decadenza, bellezza e distruzione, moda e miseria quotidiana. Molti di questi scatti finirono nel bel volume Grim Glory. Pictures of Britain Under Fire (1941).
Con l’arrivo delle truppe americane in Europa, Lee Miller, su consiglio dell’amico David Sherman, fotografo di Life, si fece accreditare come corrispondente presso l’esercito statunitense, diventando una delle pochissime fotoreporter donne a coprire il fronte europeo. Dimostrando grande coraggio e fermezza, seguì avvenimenti cruciali come lo sbarco in Normandia, l’assedio di Saint-Malo e la liberazione di Parigi. Insieme a Sherman, raggiunse poi la Germania, dove fotografò la liberazione dei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau, muovendosi tra prigionieri emaciati, cataste di cadaveri e altri orrori inenarrabili. Profondamente sconvolta ma decisa a mostrare al mondo tali atrocità, Miller telegrafò a Audrey Withers, direttrice dell’edizione di British Vogue: «Ti scongiuro di credere che è tutto vero».
Lee Miller, Maschere antincendio. Downshire Hill, Londra, Inghilterra, 1941
A Monaco, sempre con il suo sodale, Miller alloggiò per una notte in un edificio che si rivelò essere la casa di Hitler. Fu in questa inconsueta circostanza che Sherman scattò la celebre foto Lee nella vasca da bagno di Hitler. La fotografa vi appare nuda, seduta nella grande vasca del leader nazista, come a volersi purificare dopo le nefandezze di cui era stata testimone. «Per un’ora ho guardato un bambino morire» scrisse Lee Miller nel 1945 alla Withers mentre si trovava in un ospedale viennese, dove dei ladri avevano rubato tutti i medicinali per rivenderli sul mercato nero. L’animo della fotografa era ormai indelebilmente segnato dall’esperienza bellica. Nel 1945-46, viaggiò ancora lungo l’Europa orientale per documentare la lenta ripresa, dopodiché decise di ritirarsi con Roland Penrose in una tenuta nella campagna del Sussex. Negli anni successivi, Lee Miller cercò di combattere il disturbo da stress post-traumatico e la depressione con la tranquillità della vita campestre, abbandonando a poco a poco l’attività fotografica e reinventandosi come cuoca gourmet. Solo di tanto in tanto riprendeva in mano la fotocamera per ritrarre le persone più care e gli amici artisti che andavano a trovarla. Lo fece sempre con quella nota surreale che, nella sua trentennale carriera di fotografa, fu la sua cifra distintiva.
Kappa
Kappa 25.11.2025, 17:00
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