Come si rappresenta la violenza? In molti modi. Nella tragedia greca non veniva quasi mai mostrata, i momenti più terribili accadevano fuori scena e il pubblico poteva solo immaginare. Medea non era vista uccidere i propri figli, per esempio. Milo Rau, a millenni di distanza, prende una strada completamente diversa.
Il mito di Medea come lo conosciamo oggi nasce con la tragedia di Euripide, rappresentata nel 431 a.C.. Medea è una principessa, figlia del re della Colchide, e maga. Nel mito aiuta Giasone a conquistare il Vello d’oro, tradendo così la propria famiglia. Una volta giunta con l’amato in Grecia, per lei terra straniera, viene però emarginata, e Giasone la abbandona per sposare la figlia del re di Corinto. La vendetta di Medea è assoluta: distrugge tutto, la nuova sposa, il re, e infine, per Euripide, anche i propri figli.
Da allora, Medea attraversa i secoli nella cultura occidentale. La ritroviamo prima nelle tragedie di Seneca, poi nel teatro di Corneille, e su, su fino alle riscritture contemporanee. Nel Novecento Christa Wolf la trasforma nel simbolo di una donna straniera espulsa dalla società, mentre il cinema la immortala nell’immaginario moderno con il film di Pasolini interpretato da Maria Callas.
Processo al Mito
Charlot 22.03.2026, 14:35
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Ma perché Medea ci interpella e ci parla? Forse perché incarna una serie di conflitti che non smettono di inquietarci: amore e potere, maternità e identità, appartenenza e esclusione. Medea parla di una parte oscura che esiste, anche se non la vogliamo vedere. E tocca simbolicamente un tabù impronunciabile, uccidere la propria creatura. In psicoanalisi lo psicologo Jacobs ha coniato il termine Sindrome di Medea, per descrivere le madri che progettano di uccidere i propri figli come vendetta verso il partner. Medea poi è anche la storia di una donna straniera che non trova posto nella comunità che l’ha accolta. In questo senso il mito tocca questioni profondamente contemporanee: la migrazione, l’emarginazione, la violenza domestica, il limite estremo della vendetta.
È da qui che parte il lavoro del regista svizzero Milo Rau, una delle figure più influenti del teatro europeo contemporaneo. Lo conosciamo già per il suo attingere a miti che raccontano il presente (Oreste, Antigone). Nelle sue creazioni, la tragedia classica diventa uno strumento per interrogare le crisi politiche e morali del nostro tempo, mettendo in relazione figure archetipiche e fatti reali della cronaca. Non è un caso poi che nei suoi spettacoli tornino continuamente eventi traumatici: processi politici, guerre, omicidi, genocidi. Rau è interessato ai momenti in cui una società si rivela nelle sue fratture più profonde, quando la violenza emerge, e costringe a guardare ciò che normalmente preferiremmo ignorare. Anche tra le mura di una casa.
Lo spettacolo Medea’s Children intreccia la tragedia di Euripide con un caso contemporaneo di infanticidio avvenuto in Europa. In questo caso, come già nello spettacolo Five little pieces visto al LAC qualche anno fa, la scelta del punto di vista è fondamentale: non sono gli adulti a raccontare la storia, ma i figli. Nel testo antico i bambini quasi non esistevano: li sentivamo gridare dentro il palazzo mentre Medea compiva il suo gesto, ma non li vedevamo mai. Milo Rau parte proprio da questo silenzio, e dà loro la parola.
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Lo spettacolo è perturbante, teatro e cinema, come in altri suoi lavori, si intrecciano e la rappresentazione diventa essa stessa oggetto di analisi. Tratto distintivo del regista (Premio svizzero del teatro nel 2014 e Premio Europa per il Teatro nel 2018) è quello di non nascondere i meccanismi della narrazione, ed è qui che l’aderenza alla realtà si fa più potente. Rau mostra sulla scena come nasce un’immagine, come si costruisce una tragedia, come la realtà si trasforma in racconto.
In Medea’s Children il mito continua a parlarci, ma in modo diverso, e la realtà si muove ancora oggi su archetipi validi millenni fa. Cambia ‘solo’ l’etica della prospettiva. In scena al LAC il 21 e il 22 marzo.
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