Danza inclusiva

Roberto Bolle: la danza oltre il palcoscenico

L’étoile della danza si racconta, svelando il suo impegno nel rendere l’arte accessibile a tutti, dai giovani delle periferie ai detenuti, e come la danza possa trasformare vite e superare le barriere della competizione

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Il ballerino Bolle

Il ballerino Bolle

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Di: Prima Ora/Mat 

Roberto Bolle, étoile della danza italiana e internazionale, è una figura che ha saputo elevare l’arte del balletto a un pubblico sempre più vasto. Nato a Casale Monferrato nel 1975, ha iniziato la sua formazione alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano all’età di 12 anni, dove è stato notato da Rudolf Nureyev. La sua carriera lo ha portato a danzare sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, dal Royal Ballet di Londra all’American Ballet Theatre di New York, di cui è stato il primo ballerino italiano a diventare Principal Dancer.

Oltre alla sua straordinaria carriera di ballerino, Bolle si è distinto per il suo impegno nella diffusione della danza, rendendola accessibile e popolare attraverso progetti come “Roberto Bolle and Friends” e la manifestazione “On Dance”. Ha anche fondato la Fondazione Roberto Bolle, con l’obiettivo di sostenere i giovani talenti e portare la danza in contesti di disagio, come carceri e ospedali.

Alessandro Chiara ha avuto l’opportunità di incontrare Roberto Bolle per parlare del suo ruolo nel rendere la danza più inclusiva e dell’impatto che questa arte può avere sulla vita delle persone. Un’intervista che ci offre uno sguardo approfondito sulla visione e la passione di un artista che continua a ispirare e a far sognare.

Roberto Bolle, tu sei attivo televisivamente, poi con “On Dance” realizzi questa grande manifestazione a Milano. Sei diventato la cerniera in qualche modo tra la danza come una forma d’arte un po’ elitaria e invece la danza come una forma d’arte un po’ più popolare. Ti ci sei ritrovato in questo ruolo? È un ruolo che hai cercato?

Sì, è un ruolo in cui mi ci sono ritrovato e che mi sono ritagliato strada facendo, andando avanti negli anni, nel tempo, quando ho capito che potevo veramente fare qualche cosa di diverso per la danza e quando ho capito che potevo veramente avvicinarla alle persone. Diciamo che il primo passo per me è stato quello del “Bolle and Friends”. Piano piano ho capito e ho visto come la gente si è appassionata e si è entusiasmata per gli spettacoli di danza con le partecipazioni televisive. Poi le prime serate di Raiuno sempre di più, fino ad arrivare alla decisione di “On Dance” e adesso anche con la fondazione che porta il mio nome, faccio un lavoro proprio di avvicinare la danza anche a chi proprio non ha quello nella vita.

Parlando della tua fondazione che hai creato un paio di anni fa, essa vuole portare la danza proprio in luoghi di disagio, come possono essere per esempio le carceri. Volevo sapere se hai qualche aneddoto, qualcosa che ti è rimasto attaccato, di come la danza ha cambiato le persone a cui è arrivata.

Un bel modo per celebrare la danza. Abbiamo fatto diversi progetti, soprattutto in luoghi più disagiati, quindi dalle carceri o anche dagli ospedali infantili. E soprattutto però abbiamo attivato un progetto nelle scuole medie milanesi: scuole medie di periferia, con ragazzi tra gli 11 e i 13 anni, ragazzi che si avvicinano alla danza per la prima volta. La maggior parte sono extracomunitari. E lì vedi veramente come la danza può cambiare il loro approccio, la consapevolezza che hanno del loro corpo, l’attitudine, l’atteggiamento che hanno verso i compagni di scuola, il modo di stare nello spazio, di imparare dei movimenti, di apprendere, di ricordarli, di andare sulla musica. Il mese prossimo, a maggio, tutti questi ragazzi delle scuole milanesi verranno agli Arcimboldi, dove faccio una serie di spettacoli sul palcoscenico e faranno una loro esibizione. Alcuni di loro non sono mai entrati in nessun teatro, non l’hanno mai visto. Saranno sul palcoscenico. Chissà quale sarà la loro emozione?

C’è qualche reazione che ti ha colpito particolarmente?

Mi sono stupito di quanto fosse difficile farli muovere. Uno si aspetta che i ragazzi tra gli undici e i 13 anni sono molto attivi, molto fisici, quasi atletici. Invece molti avevano tantissime rigidità. Scoprire, in questo percorso, cosa significasse per loro imparare movimenti e interagire con gli altri, capire il meccanismo di ciò che stavamo loro offrendo, ha generato una sorpresa, una gioia e un piacere. È stato davvero molto bello.

Tu a Lugano hai portato lo spettacolo “Bolle and Friends”. Fa riferimento evidentemente agli amici. Nel mondo della danza ci possono essere amici? Mi sono sempre fatto l’idea che fosse un mondo estremamente positivo, ma anche un mondo dove per eccellere uno debba lavorare molto su se stesso.

Sì, la danza è sicuramente un mondo molto competitivo, ma è anche vero che una competizione sana è un mondo molto meritocratico. Quindi quando c’è l’eccellenza, questa viene riconosciuto da tutti, viene riconosciuta dai colleghi e questo è molto bello. Perché poi c’è anche il sostegno, e quando ci ritroviamo in questi come in altri spettacoli, c’è un supporto reciproco. Ognuno ha la volontà di dare il meglio e il massimo, ma c’è anche felicità quando i colleghi ballano bene. La mia luce non oscura quella degli altri; per me è sempre un cercare di brillare, ognuno lo fa a suo modo, il più possibile

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La giornata della danza con l'étoile Roberto Bolle

Prima Ora 29.04.2026, 18:00

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