È una mostra storica che parla esplicitamente al presente Noi e la guerra, la nuova grande esposizione tematica inaugurata al Museo nazionale svizzero di Zurigo. Attraverso oggetti storici e artistici – vetrate, stampe, alabarde, archibugi, cannoni – e grazie a importanti prestiti internazionali, tra cui un prezioso arazzo del Museo di Capodimonte di Napoli sulla battaglia di Pavia del 1525, il percorso invita il pubblico a confrontarsi con il rapporto profondo e contraddittorio tra la Svizzera e la guerra.

Fino agli anni 1960, la ginnastica resta fortemente improntata allo spirito militare e patriottico. È percepita come una forma moderna delle virtù guerriere confederate. Festa federale di ginnastica, Basilea, 1959
«Ci siamo chiesti cosa apprendiamo sulla Svizzera se la guardiamo dalla prospettiva della guerra», spiega la direttrice del Landesmuseum Denise Tonella. «E quello che emerge è che la guerra c’è sempre stata e, purtroppo, probabilmente ci sarà sempre. Ha contribuito a plasmare ciò che siamo oggi». La mostra non propone una narrazione cronologica, ma un approccio tematico che mette in discussione miti consolidati, a partire da quello della neutralità. Fin dall’inizio, alle immagini eroiche delle grandi battaglie si affiancano prospettive alternative: l’arazzo di Pavia mostra, ad esempio, mercenari svizzeri in fuga, molti dei quali annegano nel Ticino, rivelando tutta l’ambivalenza della storia.

Questa allegoria, che denuncia l’avidità nel servizio mercenario, allude alle dipendenze politiche della Confederazione. Anonimo, ca. 1625
Ampio spazio è dedicato al mercenariato, a lungo rimosso dalla memoria collettiva, che per secoli ha rappresentato una vera e propria risorsa economica per un paese povero. «Per più di trecento anni la Svizzera ha fatto della guerra quasi un business», ricorda Tonella, sottolineando come l’immagine di una Svizzera estranea ai conflitti sia relativamente recente. Guerra, commercio, industria bellica, migrazioni e ruolo delle donne diventano così fili intrecciati di una stessa storia.

Helvetia regge in mano il Patto federale del 7 agosto 1815 appoggiata alla canna di un cannone. Il costume tradizionale bernese e lo sfondo alpino collocano la figura nel linguaggio iconografico nazionale. Edouard Castres, La Svizzera pronta a difendersi, 1895
Il percorso è costellato di richiami diretti al presente: installazioni sonore, giochi di luce, spazi interattivi sulla neutralità e sezioni che invitano esplicitamente a fermarsi e riflettere. «Non vogliamo semplicemente mostrare ciò che è stato», afferma la direttrice, «ma chiedere al pubblico di cogliere l’occasione per interrogare il proprio presente». La chiusura è affidata a Repeat after me, intensa installazione di artisti ucraini in cui le vittime della guerra riproducono i suoi suoni, coinvolgendo emotivamente i visitatori. A ricordare che, anche in un paese senza guerra, la guerra resta inquietantemente presente.
Noi e la guerra
Alphaville 20.04.2026, 11:05
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