FOGO DO VENT
Odi Marta Mateus, con Soraia Prudêncio, Maria Catarina Sapata
Filari di vigne e vendemmiatori al lavoro. Quando una di loro si taglia con delle cesoie il sangue punteggia il paesaggio e aizza la furia di un toro. La dittatura di Salazar, che ha piegato il Portogallo, viene evocata da una bestia nera che attacca, ferisce e spaventa e porta i protagonisti di Fogo du vento a rifugiarsi su degli alberi. È questo il momento in cui comincia un racconto corale che collega la memoria personale a quella collettiva. Cade la notte e la paura corre tra i rami, ma le parole uniscono le vite del passato con quelle del presente e sono come un balsamo sul dolore portato dalla Storia.
La regista Marta Mateus con il suo primo lungometraggio sceglie una strada impervia: raccontare per metafore la parabola di una comunità. C’è però il problema che se le metafore non poggiano su di una base condivisa di linguaggio il rischio che restino lettera morta aumenta in maniera esponenziale. Non si riesce a cogliere il senso di un’operazione tanto curata dal punto di vista estetico e tanto lontana da una volontà comunicativa. Essere alla presenza di immagini potenti e non ricevere nessuna emozione mi sembra un grande fallimento. La regista ha dichiarato che questo film è stata una sorta di operazione stregonesca, una sorta di magia collettiva. Abbiamo partecipato al rito perché ci hanno invitati, ma poi siamo stati lasciati in un angolo, abbandonati a noi stessi. (Moira Bubola)
QING CHUN (KU) [Youth (Hard Times)]
di WANG Bing - Documentario (227’)
“Giovinezza – Tempi Duri” è la parte centrale di una trilogia che il cineasta Wang Bing ha dedicato, impegnandosi su un periodo lungo oltre 5 anni, dal 2014 al 2019, allo strato sociale delle classi operaie più sfruttate nell’immenso paese asiatico. Avevamo scoperto lo scorso anno a Cannes, in “Giovinezza (La Primavera)” il lato forse più “giocoso” (tra molte virgolette) di un gruppo alle prese con ritmi forsennati, luoghi sporchi, condizioni di vita al limite dell’umano, ma con qualche spazio ai flirt, al divertimento serale, qualche uscita. Il tutto in una routine sfiancante, giusto per poter mettere da parte un piccolo gruzzolo col quale, magari, cambiare un po’ le condizioni di vita della famiglia.
In questo secondo capitolo, il quadro generale non cambia granché: ma i tempi duri del titolo si palesano mettendo in mostra altri aspetti di questa vita nella quale entriamo grazie allo stile puramente osservativo, lento ma essenziale, ripetitivo e drammatico di Wang Bing, che porta le proprie camere da presa nei laboratori tessili di Zhili, tra le principali sedi del paese per le fabbriche private di sfruttamento. Ovvero una serie infinita di angusti uffici, dormitori, piccole stanze di lavoro. Qui troviamo centinaia di migranti economici dalla vicina provincia di Anhui, costretti in condizioni brutali, lavoro costante e monotono per turni di 15 ore, pressati per ottenere piccoli premi di produzione (se sei veloce).
A differenza del primo capitolo, qui viviamo lotte per una paga migliore, quelle per veder comunque riconosciuto il lavoro svolto dopo aver perso il libretto della paga, vere e proprie liti fisiche tra responsabile di linea e fornitore, capi che fuggono dalla città con soldi… Il peggio insomma, visto che compaiono anche dei bambini nel ciclo di produzione degli abiti cuciti a cottimo.
Usando il titolo internazionale, questa trilogia “Youth” che si concluderà a Venezia tra qualche giorno con “Homecoming” ci conferma la potenza del cinema documentaristico di Wang Bing e ci regala uno spaccato di vita, un racconto antropologico, una memoria indelebile su alcune delle verità più difficili del passato e del presente della Cina. (Alessandro Bertoglio)
Locarno 77 (10./13)
Alphaville 14.08.2024, 12:35
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