Cose che tutti sappiamo, ma che è il caso di mettere in fila, per ricordarci di cosa parliamo quando parliamo di Zerocalcare. La prima: è un caso letterario di quelli storici. Perché i libri, in generale, nel ventunesimo secolo non si vendono, i suoi invece sì: Michele Rech, negli ultimi dieci anni o poco più, è uno degli autori italiani che vendono più libri in assoluto. Non autore di fumetti, autore e basta.

La seconda: è uno dei pochi artisti di successo capaci di portare avanti quotidianamente istanze politiche nel discorso pubblico – senza essere un politico. L’Espresso, settimanale italiano un tempo rilevante, già nel 2020 ha fatto una copertina con la sua faccia, e il titolo: l’ultimo intellettuale. Lui rifiuta questa etichetta, ma inizio a sospettare che non sia sbagliata.
Siccome nessun fumettista ha avuto questo peso economico e culturale nell’ultimo quarto di secolo – ma pure di più, in effetti – tutti cercano una spiegazione per questo fenomeno difficilmente prevedibile. Forse, però, la suddetta spiegazione è più semplice del previsto: Zerocalcare ha la capacità di raccontare cose che possono essere condivise da molti, attingendo a un immaginario specifico – che parte dalla periferia romana e dai movimenti indipendenti (autonomi, direbbe qualcuno) della sinistra degli anni Novanta – e facendolo diventare universale. Le racconta in modo semplice, che non significa banale, ma essenziale. E pure divertente.

Intervista a Zerocalcare
Telegiornale 09.05.2024, 20:00
Due filoni, nella sua produzione: da una parte reportage e saggi di opinione (chiamatelo graphic journalism, fumetto di realtà, come preferite); dall’altra, autofiction. Anche quella, negli ultimi venticinque anni, qualcosina ha offerto, nell’ambito della letteratura europea.
Da quando il fenomeno Zerocalcare è diventato transmediale, grazie alle serie animate prodotte per Netflix, tutte le sue storie televisive hanno girato intorno all’autofiction: la terza appena uscita, intitolata Due Spicci, non fa eccezione.
Diversa perché meno direttamente politica dalla precedente Questo mondo non mi renderà cattivo, Due spicci rappresenta il compimento del progetto televisivo di Zerocalcare. Ora tutti i pezzi sono al loro posto: c’è un mondo credibile – realistico e caricaturale insieme –, personaggi riconoscibili, un modo di raccontare rodato e sempre efficace. C’è soprattutto la capacità di lavorare sul ritmo narrativo, alternando commedia a cento all’ora e momenti introspettivi in cui il tempo si ferma.
Come molti (grandi?) autori, anche Zerocalcare spesso riscrive la stessa storia. La sua parla di nostalgia, dell’impossibilità di crescere, di ansia personale e collettiva, della violenza del mondo, di autosabotaggio, amicizia e – impossibile evitare l’argomento, in questi luoghi e tempi – di soldi. Questa volta, tutti i temi appena citati li nasconde – ma mica troppo – dentro una trama (quasi) da gangster movie. Tanto che a vedere le prime puntate viene in mente Martin Scorsese, voce fuori campo compresa, ma anche tutti i classici del cinema banlieusard, a partire dall’Odio di Mathieu Kassovitz. Beninteso, se Scorsese o Kassovitz avessero mai voluto scrivere una puntata di Curb Your Enthusiasm (giusto per tirare dentro anche un riferimento di grande autofiction americana).
Lui, Zerocalcare, dice invece che una delle ispirazioni della serie è stato l’arcinoto anime fantarobotico Neon Genesis Evangelion, per la tendenza a spezzare i grandi avvenimenti della trama con lunghi momenti di introspezione psicologica, che a tratti appare assolutamente gratuita. È difficile dargli torto, ed è difficile non notare che tutto quello che non dovrebbe funzionare, in questo mix pieno di contraddizioni, lo fa.
Nonostante i riferimenti alla cultura pop siano talmente larghi da sfiorare la banalità, raramente diventano stucchevoli. Nonostante Zerocalcare parli sempre di sé, il discorso in qualche modo assume un significato universale. Tutto molto costruito, tutto molto sincero.
Kappa
Kappa 01.06.2026, 17:00
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