cinema in sala

“Nouvelle Vague” è come Parigi: una festa

Richard Linklater porta sullo schermo la storia del primo capolavoro di Godard, Fino all’ultimo respiro. E attraverso il racconto della Nouvelle Vague come movimento, ci ricorda i motivi per cui si fa cinema

  • Ieri, 17:00
Nouvelle Vague, 2025

Nouvelle Vague, 2025

  • IMAGO / Album
Di: Chiara Fanetti 

Siamo in una piccola sala cinematografica parigina, è il 1959. Tra il pubblico ci sono quattro persone, sedute vicino l’una all’altra, sono arrivate insieme. Fumano e guardano verso lo schermo. Sono Jean-Luc Godard, François Truffaut, Suzanne Schiffman e Claude Chabrol. Quattro nomi rappresentativi di un movimento che ha cambiato il cinema per sempre: la Nouvelle Vague.

A riportarci indietro nel tempo non è un documentario né materiale d’archivio, ma l’amore di un giovane texano per un film francese che gli ha cambiato la vita e che lo ha reso un grande regista indipendente. Lui è Richard Linklater e il film in questione, che non poteva non iniziare in un cinema, è una sorta di tributo: mostra come è stato realizzato Fino all’ultimo respiro, primo lungometraggio del regista franco-svizzero Jean-Luc Godard.

L’operazione è di quelle rischiose. Che si tratti di remake o di film che ripercorrono il making of di un classico, andare a toccare opere di questa portata è difficile, essere all’altezza dell’originale è impossibile. Linklater però non è nuovo a sfide: ha girato un film lungo 12 anni (Boyhood, 2014), sperimentato con l’animazione (A Scanner Darkly, 2006), ha sempre mantenuto la sua indipendenza da Hollywood e anche di fronte a questa scommessa ha trovato una soluzione vincente.

Con Nouvelle Vague, presentato a Cannes lo scorso maggio, Linklater non vuole impartire una lezione di cinema, e nemmeno riprodurre lo stile di Godard. Piuttosto, vuole mettere l’accento sull’importanza della comunità, nell’arte e soprattutto nel cinema, atto creativo collettivo.

La forza della Nouvelle Vague, ciò che l’ha resa un movimento che ha cambiato i codici del cinema, è stata la condivisione e la collaborazione, che hanno visto i suoi protagonisti partecipare ognuno, a turno, al film dell’altro. Lo scambio e il sostegno – e certo, anche i litigi e le fratture – ne hanno fatto un momento storico unico nel suo genere per il cinema. Al punto che ne ammiriamo le caratteristiche – stilistiche ma anche sociali – ancora oggi. Un modo di vivere il cinema come contatto e strumento sociale: l’atto di andare in sala come un’azione comune, l’espressione della critica come rituale di confronto.

Nouvelle Vague di Richard Linklater, 2025

Nouvelle Vague di Richard Linklater, 2025

  • IMAGO / Album

Dentro Nouvelle Vague, Richard Linklater mette in primo piano tutto questo, utilizzando anche un po’ dell’attitudine dell’epoca, ad esempio scegliendo un cast di attori semi-sconosciuti (eccezion fatta per Zoey Deutch, che interpreta in effetti l’unica vera star all’epoca presente anche nel film originale, Jean Seberg) e accentuando gli aspetti più caricaturali di Godard. Una decisione che lo avvicina al pubblico, sottraendo forse un po’ di mito alla sua figura e facendo emergere più il suo amore per il cinema che il suo genio.

Hemingway scriveva che «Parigi è una festa», e questa sensazione di gioia attraversa tutto il film. Linklater sembra voler ricordare al pubblico, e forse soprattutto ai suoi colleghi, quale sia la vera bellezza del fare cinema: sperimentare, dimenticandosi di marketing e soldi, per tornare a girare per strada, senza sceneggiatura, in gruppo, spontaneamente.
E cos’è il cinema, in fondo, se non qualcosa che si fa, e che si guarda, insieme?

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