Siamo in una piccola sala cinematografica parigina, è il 1959. Tra il pubblico ci sono quattro persone, sedute vicino l’una all’altra, sono arrivate insieme. Fumano e guardano verso lo schermo. Sono Jean-Luc Godard, François Truffaut, Suzanne Schiffman e Claude Chabrol. Quattro nomi rappresentativi di un movimento che ha cambiato il cinema per sempre: la Nouvelle Vague.
A riportarci indietro nel tempo non è un documentario né materiale d’archivio, ma l’amore di un giovane texano per un film francese che gli ha cambiato la vita e che lo ha reso un grande regista indipendente. Lui è Richard Linklater e il film in questione, che non poteva non iniziare in un cinema, è una sorta di tributo: mostra come è stato realizzato Fino all’ultimo respiro, primo lungometraggio del regista franco-svizzero Jean-Luc Godard.
L’operazione è di quelle rischiose. Che si tratti di remake o di film che ripercorrono il making of di un classico, andare a toccare opere di questa portata è difficile, essere all’altezza dell’originale è impossibile. Linklater però non è nuovo a sfide: ha girato un film lungo 12 anni (Boyhood, 2014), sperimentato con l’animazione (A Scanner Darkly, 2006), ha sempre mantenuto la sua indipendenza da Hollywood e anche di fronte a questa scommessa ha trovato una soluzione vincente.
Con Nouvelle Vague, presentato a Cannes lo scorso maggio, Linklater non vuole impartire una lezione di cinema, e nemmeno riprodurre lo stile di Godard. Piuttosto, vuole mettere l’accento sull’importanza della comunità, nell’arte e soprattutto nel cinema, atto creativo collettivo.
La forza della Nouvelle Vague, ciò che l’ha resa un movimento che ha cambiato i codici del cinema, è stata la condivisione e la collaborazione, che hanno visto i suoi protagonisti partecipare ognuno, a turno, al film dell’altro. Lo scambio e il sostegno – e certo, anche i litigi e le fratture – ne hanno fatto un momento storico unico nel suo genere per il cinema. Al punto che ne ammiriamo le caratteristiche – stilistiche ma anche sociali – ancora oggi. Un modo di vivere il cinema come contatto e strumento sociale: l’atto di andare in sala come un’azione comune, l’espressione della critica come rituale di confronto.

Nouvelle Vague di Richard Linklater, 2025
Dentro Nouvelle Vague, Richard Linklater mette in primo piano tutto questo, utilizzando anche un po’ dell’attitudine dell’epoca, ad esempio scegliendo un cast di attori semi-sconosciuti (eccezion fatta per Zoey Deutch, che interpreta in effetti l’unica vera star all’epoca presente anche nel film originale, Jean Seberg) e accentuando gli aspetti più caricaturali di Godard. Una decisione che lo avvicina al pubblico, sottraendo forse un po’ di mito alla sua figura e facendo emergere più il suo amore per il cinema che il suo genio.
Hemingway scriveva che «Parigi è una festa», e questa sensazione di gioia attraversa tutto il film. Linklater sembra voler ricordare al pubblico, e forse soprattutto ai suoi colleghi, quale sia la vera bellezza del fare cinema: sperimentare, dimenticandosi di marketing e soldi, per tornare a girare per strada, senza sceneggiatura, in gruppo, spontaneamente.
E cos’è il cinema, in fondo, se non qualcosa che si fa, e che si guarda, insieme?
Novità al cinema
RSI Cultura 05.03.2026, 15:05
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