Quando nel 2019 HBO trasmette Chernobyl, la miniserie ideata da Craig Mazin si impone rapidamente come uno dei racconti audiovisivi più incisivi degli ultimi anni. Il suo successo non è dovuto soltanto alla qualità formale o alla precisione della ricostruzione storica, ma alla capacità di trasformare il disastro nucleare del 26 aprile 1986 in una riflessione universale sul potere, sulla responsabilità e sulla verità. Proprio questa lettura, fortemente simbolica e politica, ha reso la serie un oggetto controverso, soprattutto in Russia, dove è stata percepita come una narrazione esterna e ideologicamente orientata, al punto da generare una risposta diretta sotto forma di una contro-serie televisiva.
La Chernobyl di HBO non si limita a raccontare soltanto un incidente tecnologico, ma costruisce una vera e propria parabola morale. L’esplosione del reattore è presentata come il risultato finale di un sistema che premia l’obbedienza e punisce il dubbio, in cui la salvaguardia dell’immagine dello Stato prevale sulla sicurezza collettiva. Il disastro diventa così la conseguenza di una catena di decisioni in cui la menzogna, l’omertà burocratica e il timore di contraddire il potere politico assumono un ruolo centrale. Attraverso figure come Valerij Legasov, lo scienziato incaricato di gestire la crisi e di riferire ai vertici sovietici, la serie mette in scena il conflitto tra verità scientifica e convenienza ideologica, trasformando la ricerca dei fatti in un atto di resistenza individuale.
Questa impostazione ha trovato un vasto consenso internazionale, ma ha anche suscitato forti critiche in Russia. A essere contestato non è tanto il racconto del disastro in sé, quanto il suo significato complessivo. Secondo molti osservatori russi, la serie HBO riduce la complessità storica dell’Unione Sovietica a una caricatura, rafforzando una visione già consolidata in Occidente: quella di uno Stato opprimente e incompetente, incapace di produrre altro che tragedie. In questa prospettiva, l’accento posto sugli errori del sistema finirebbe per oscurare il ruolo di migliaia di persone che, spesso a costo della propria vita, intervennero per limitare le conseguenze dell’incidente.
Dossier: il prima e il dopo Chernobyl
A 40 anni dal disastro nucleare

Contenuto audio
I giorni della tragedia (1./5)
Alphaville: i dossier 20.04.2026, 11:30
Prima del disastro (2./5)
Alphaville: i dossier 21.04.2026, 11:30
Oasi di biodiversità (3./5)
Alphaville: i dossier 22.04.2026, 11:30
La Zona (4./5)
Alphaville: i dossier 23.04.2026, 11:30
L’atomica oggi e nel futuro (5./5)
Alphaville: i dossier 24.04.2026, 11:30
Da qui nasce la decisione di produrre una contro-narrazione. La miniserie russa realizzata dall’emittente NTV e diretta da Aleksej Muradov si presenta esplicitamente come una risposta alla versione occidentale. Anche in questo caso il disastro non viene negato, ma il punto di vista cambia radicalmente. Il centro del racconto non è più la colpa strutturale del sistema sovietico, bensì la capacità di reazione dello Stato e l’eroismo di tecnici, militari e volontari coinvolti nelle operazioni di contenimento. Chernobyl viene così riletta come un momento drammatico, ma anche come una prova collettiva, affrontata con sacrificio e disciplina.
L’elemento più rivelatore della distanza ideologica tra le due narrazioni è l’introduzione, nella serie russa, di una sottotrama legata allo spionaggio occidentale. L’ipotesi di un coinvolgimento della CIA, anche solo sul piano simbolico, sposta il racconto dal terreno degli errori interni a quello dello scontro geopolitico. In questo modo, la tragedia di Chernobyl viene reinscritta nel contesto più ampio della Guerra fredda, attenuando la responsabilità esclusiva dell’apparato sovietico e suggerendo che il racconto occidentale risponda ancora oggi a una logica di contrapposizione ideologica.
Il confronto tra le due serie rivela dunque due modi profondamente diversi di costruire la memoria storica. La produzione HBO utilizza Chernobyl come allegoria universale dei rischi dell’autoritarismo e della negazione dei fatti, parlando implicitamente anche al presente. La risposta russa, invece, si muove all’interno di una memoria nazionale che tende a difendere la propria continuità storica e a resistere a letture percepite come delegittimanti o accusatorie. Da un lato, dunque, la tragedia diventa uno strumento di critica del potere; dall’altro, un racconto identitario che insiste sull’eroismo e sulla resilienza.
A quarant’anni dall’esplosione del reattore, Chernobyl continua così a essere non solo un luogo fisico e simbolico, ma anche uno spazio di contesa narrativa. Le serie televisive, più dei saggi e dei manuali, contribuiscono oggi a fissare l’immaginario collettivo, rendendo evidente come il passato non sia mai del tutto concluso. La tragedia del 1986 resta un fatto storico condiviso; il suo significato, invece, cambia a seconda dello sguardo che lo interpreta. Ed è in questa frattura tra racconti che Chernobyl continua, ancora oggi, a parlare del rapporto irrisolto tra storia, ideologia e memoria.









