C’è il cinema che dorme e c’è chi dorme al cinema. A cambiare è la prospettiva, o i protagonisti: nel primo a chiudere gli occhi sono quelli sullo schermo, nel secondo quelli in sala. E se sul primo si potrebbero scrivere saggi eterni e compilare filmografie infinite (ci proveremo), sui secondi a scriverne è stato addirittura Ennio Flaiano. Il ché, se siete tra quelli, potrebbe darvi un tono.
Il cinema che dorme
Partiamo da un assunto: cinema e sogno coincidono. Lo è stato gli albori — l’incredibile meraviglia Lumière — e lo è per definizione: la fabbrica dei sogni. Immagine e immagini su cui Walt Disney ci ha cantato su (A Dream Is a Wish Your Heart Makes, in Cenerentola - 1950) e letteralmente costruito un impero ad occhi aperti. Per chiunque sotto il metro d’altezza quelle favole sono e sono state sogni, da La Bella e la bestia a Cars, da La carica dei 101 a Frozen, da Hercules ai quattro Toy Story. Poi si cresce, un po’ di magia se ne va, ma i sogni continuano. Continuano negli occhi di chi li guarda, vivendo per un paio d’ore altre vite e avventure, e nelle sceneggiature di chi li interpreta. Sullo schermo c’è chi semplicemente dorme, perché è quello che facciamo bene o male tutti per otto ore al giorno (in Sleep di Andy Warhol John Giorno lo ha letteralmente fatto per 320 minuti) e c’è chi al risveglio inizia a vivere un incubo (Ricomincio da capo di Harold Ramis, 1993).

C’è chi di un incubo è riuscito a farne una saga lunga sette capitoli più due (Nightmare di Wes Craven, 1984) e chi invece non riuscendo a dormire nemmeno un minuto perde il senno, e pure 25 chili: Christian Bale in L’uomo senza sonno di Brad Anderson (2004). Destino che tocca pure a Edward Norton in Fight Club di David Fincher (1999) e a Al Pacino in Insomnia di Christopher Nolan (2002). Se di Nolan vogliamo parlare però - uno che sul confine tra sogno e realtà ha ricamato ore e ore di cinema - allora è inevitabile perdersi tra le architetture oniriche di Inception (2010).
I loro sogni e incubi hanno provato a inscenarli Akira Kurosawa (Dreams, 1990), David Lynch (tra i tanti Eraserhead nel 1977 e Mulholland Drive nel 2001) e il gigante Bergman, che ne Il posto delle fragole (1957) ha affidato alla faccia stanca di Victor Sjöström uno dei più bei sogni/incubo cinematografici. Così com’è visivamente irresistibile, e all’epoca rivoluzionario, il sogno disegnato da Michel Gondry in Se mi lasci ti cancello (traduzione da incubo di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, 2004), la bellissima e sofferta poesia in cui sognando è possibile cancellare i ricordi, e le persone. Meno riuscita, restando dalle parti di Gondry, L’arte del sogno (2006), in cui Gael García Bernal cavalca cavalli di pezza.

L'arte del sogno, 2005
E che dire di quelle filmografie che sembrano interamente imbastite sul sogno? Tipo quelle di Federico Fellini e Luis Buñuel. «Un film d’altronde - disse il Signore del surrealismo - è un’imitazione involontaria del sogno». Imitazioni che a lui riuscivano particolarmente bene se il suo sodale, Salvador Dalì, fu chiamato da Alfred Hitchcock - folgorato da Un chien andalou (1929) - per disegnare i sogni in Io ti salverò (1945).
Tornado da dove siamo partiti, all’animazione, impossibile dimenticarsi Paprika, di Satoshi Kon (2006), dolce delirio in bilico tra la psicanalisi e la meraviglia che ispirò proprio Christopher Nolan per Inception. Quindi, per finire, la domanda delle domande, posta dal nomen omen Morpheus: Pillola rossa o pillola blu? (Matrix di Andy e Larry Wachowski, 1999).
Chi dorme al cinema
E poi ci siamo noi, che al cinema ci addormentiamo. Quando succede, o meglio sta per succedere, qualsiasi resistenza è vana: il sonno in sala arriva maledetto e invincibile. Dal primo momento in cui ti dici «ah, mi sono perso qualcosa» è questione di minuti. Poi la palpebra inizia a pesare come un sacco di sabbia e i tentativi di forzare il moto contrario ben che vada producono uno sfarfallio da falena su abat-jour. E allora ti arrendi, fedele alla consapevolezza che il sonno vada sempre onorato e goduto.
Per Luchino Visconti addormentarsi in sala, durante un film, era un insulto imperdonabile. A rispondergli, difendendo il sacrosanto diritto all’addormentamento, fu Ennio Flaiano, non solo come diritto di dimostrare insofferenza verso uno spettacolo noioso, ma addirittura come momento ideale. Secondo il celebre critico infatti il dormiveglia è lo status perfetto per godere dell’opera; il momento anfibio tra sonno e veglia, in cui i sensi si acuiscono spalancando i recettori verso l’essenza dell’opera. Che è proprio lì, nella fessura tra la palpebra e il buio, che si rivela emotivamente. Grazie e buonanotte.
Cliché: Sogno
RSI La RSI 08.04.2026, 15:39








