Chissà se si può spiegare, a chi oggi ha vent’anni, che un tempo quello con la televisione era un appuntamento. Che i programmi non erano un riempitivo dei tempi morti, sempre a disposizione, dormienti, in attesa di essere attivati alla bisogna. Sembra un secolo fa, era un secolo fa.
Come ha scritto Linda Holmes, che conduce Pop Culture Happy Hour sulle frequenze della NPR (la radio di stato americana), lei si ricorda il suo primo appuntamento con la TV: era, come per molti altri ragazzini degli anni Ottanta, quello con Happy Days. Era, racconta, un momento speciale per diversi motivi, non ultimo il fatto che poteva stare alzata mezz’ora oltre l’orario generalmente consentito dai suoi genitori durante la settimana scolastica. Noi non siamo americani, e il nostro Happy Days andava in onda in orari più compatibili con il nostro coprifuoco di bambini; tuttavia, ci rimane l’idea di un momento speciale – sarebbe facile dire, non sembrasse un banale gioco di parole con il (geniale) titolo della serie, di felicità.

La reunion di Happy Days, 1992
Happy Days è il primo motivo per cui una generazione di spettatori ringrazia di cuore Garry Marshall, nato in una famiglia italoamericana del Bronx nel 1934, figlio di una madre ballerina di tip tap e di un padre produttore (intendiamoci, però: produceva piccoli film che raccontavano le attività delle aziende, strumenti di marketing e comunicazione, non certo roba da Oscar). Laureato in giornalismo alla Northwestern University, soldato in Corea del Sud, Garry Marshall lavora per un breve periodo nella redazione del New York Daily News, e poi comincia a scrivere sketch comici per la televisione. Carriera veloce, la sua: Tonight Show, Dick Van Dyke Show e poi le prime sitcom. La commedia, in tutte le sue forme, è la costante della sua carriera, insieme a una stupefacente capacità di capire esattamente cosa piaceva al pubblico. Ma torniamo ai motivi per cui è il caso di ringraziarlo.
https://rsi.cue.rsi.ch/cultura/film-e-serie/La-peak-TV-Era-quella-di-Happy-Days--3241943.html
Oltre a Happy Days, Marshall ha scritto e prodotto altri show leggendari degli anni Settanta. Naturalmente lo spin-off di Happy Days Laverne & Shirley, ma soprattutto Mork & Mindy, che ha fatto conoscere al mondo un attore comico quasi esordiente, ai tempi venticinquenne, destinato a diventare uno dei volti da scolpire nel Monte Rushmore della comicità americana: Robin Williams. Mi sembra, questo, un altro buon motivo per ringraziarlo.
Il successo fuori scala di quelle serie televisive aveva attirato, come prevedibile, anche critiche, alle quali lui rispondeva con frasi come: «Credo che la televisione sia l’unico mezzo in grado di raggiungere davvero il minimo comune denominatore della società, di intrattenere anche quelle persone che forse non possono permettersi di andare al cinema o a teatro: visto che possiamo, allora perché non rivolgersi a loro, e farlo bene?».
Il motivo più scontato per ringraziare Marshall è però, ovviamente, Pretty Woman, il film che ha salvato un intero genere a Hollywood. Volendo potremmo discutere se sia stata una buona idea, quella di riportare le commedie romantiche all’attenzione del pubblico, ma stiamo ai fatti: alla fine degli Ottanta, la commedia romantica era un genere moribondo. Non che non si facessero più film con caratteristiche simili, ma il tono era spesso ironico, per non dire cinico. I lieto fine erano considerati banali, e sempre più rari. Poi arrivò Marshall e dimostrò che, anche in tempi che si facevano via via più disincantati, si potevano riportare al centro della storia archetipi fiabeschi, e soprattutto un vero romanticismo, completo di lieto fine. I manager presero nota, e il decennio successivo divenne l’epoca d’oro delle rom-com.

Garry Marshall sul set, 1999
A quasi un decennio dalla fine della New Hollywood e del suo crudo realismo, gli Studios tornarono a raccontare storie di principesse (che Pretty Woman non sia altro che una variazione sul tema-Cenerentola credo possiamo darlo per assodato), ambientate in un’America pulita e priva di veri pericoli. Non stupisce che Marshall abbia ribaltato la sceneggiatura originale, che raccontava di una prostituta tossicodipendente e adombrava amare riflessioni sulle sperequazioni socioeconomiche nelle grandi metropoli dell’epoca reaganiana: Garry sapeva cosa vogliamo davvero noi spettatori, e sapeva soddisfare quel nostro recondito desiderio di sciocca, ridicola, stupida, improbabile felicità, offrendoci splendidi momenti di consolazione cinematografica.
Da Cenerentola a Pretty Woman
Charlot 27.11.2022, 14:35
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