Ogni epoca si costruisce il proprio Omero e poi, con ammirevole incoerenza, c’è chi pretende che sia identico all’originale. Christopher Nolan, che ha il difetto di essere contemporaneo, ha osato fare esattamente ciò che da tremila anni fanno poeti, filologi, miniaturisti, operisti, professori liceali e registi: ha preso l’Odissea e l’ha trasformata in un oggetto del proprio tempo. E immediatamente è comparsa una folla di guardiani della soglia armati di cataloghi archeologici, pronti a misurare la lunghezza delle lance e la genealogia degli elmi.
Lo spettacolo è affascinante. Da una parte c’è uno dei grandi poemi della civiltà occidentale, una macchina narrativa alimentata da dèi capricciosi, ciclopi, maghe e mostri marini. Dall’altra, un dibattito furibondo sulla corretta foggia delle corazze. Il mito continua a produrre prodigi: riesce persino a trasformare gli archeologi in personaggi comici.
Le obiezioni, va detto, non sono prive di fondamento. Diversi studiosi hanno rilevato che l’armamentario mostrato non corrisponde sempre al mondo miceneo cui appartiene tradizionalmente Odisseo. Alcuni elmi sembrano provenire da epoche successive; certe armature obbediscono più all’immaginario della Grecia cinematografica che alla documentazione dell’Età del Bronzo. Perfino alcune navi e una certa cupezza visiva hanno suscitato perplessità: più Mare del Nord che Mare Egeo, più saga nordica che palazzo di Micene.
Eppure la domanda decisiva è un’altra. Quanto deve essere autentica una leggenda?
L’equivoco nasce dal fatto che molti parlano dell’Odissea come di un documento storico (su cui sarebbe possibile e necessario fare un fact checking). Ma l’Odissea è precisamente il contrario. È un’enorme menzogna poetica che contiene verità più resistenti dei fatti. Persino Omero, ammesso che sia esistito come individuo e non come comitato editoriale ante litteram, raccontava un passato già remoto e già deformato dalla memoria. Gli studiosi ricordano che nel poema convivono oggetti, pratiche e mentalità appartenenti a epoche differenti. L’anacronismo non è un incidente dell’opera: è uno dei suoi materiali costitutivi.
Pretendere che Nolan sia più filologicamente rigoroso di Omero possiede una sua involontaria comicità.
In realtà il regista sembra perseguire un’altra forma di fedeltà. Non quella del reperto, ma quella dell’archetipo. Le analisi culturali più interessanti insistono infatti sul valore simbolico dell’operazione: il ritorno, l’esilio, la nostalgia, la ricerca di sé, il confronto con il limite umano. Non la Grecia storica, ma la Grecia immaginata che da secoli continua a colonizzare l’immaginazione occidentale.
È significativo che molte delle prime recensioni abbiano lodato proprio questo aspetto, parlando di una rilettura moderna che conserva il nucleo psicologico e mitico del poema. Odisseo non appare come un reperto museale estratto dal bronzo e lucidato per l’occasione. È piuttosto un uomo infestato dal desiderio di tornare, e questa ossessione continua a risultare comprensibile anche nell’epoca degli aeroporti e degli smartphone.
Forse è questo che irrita alcuni custodi dell’ortodossia. Il mito, quando funziona, sfugge al museo. Rifiuta la teca. Non si lascia inchiodare a una didascalia. Continua a migrare da un secolo all’altro, appropriandosi dei linguaggi disponibili. L’Odissea è sopravvissuta perché è stata continuamente tradita.
Così l’elmo sbagliato diventa un dettaglio rivelatore. Non perché dimostri il fallimento dell’opera, ma perché mostra il conflitto eterno tra due desideri opposti: quello della precisione e quello della narrazione. L’archeologo cerca il passato. Il poeta cerca il significato. Talvolta si incontrano; più spesso si guardano da lontano.
Nel frattempo Odisseo continua a navigare. Ha cambiato lingua, religione, geografia mentale, supporto tecnologico e persino guardaroba. Gli hanno corretto i versi, riscritto le avventure, adattato i mostri. Qualcuno gli contesta l’elmo. Lui sorride e riprende il mare.

Nelle sale Odissea di Nolan
Telegiornale 15.07.2026, 20:00



