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Tutti i cliché di La casa

L’ultimo capitolo della saga creata 45 anni fa da Sam Raimi si intitola “La casa - Il rogo del male”. Il film abbraccia l’oscurità, ma sembra sempre un po’ sbagliato

  • 2 ore fa
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  • IMAGO / Cinema Publishers Collection
Di: Michele R. Serra 

Effettivamente La casa (o Evil Dead, come da titolo originale sempre più diffuso anche dalle nostre parti) è diventato un cliché, nel corso degli ultimi 45 anni. Ma son tutti cliché positivi.

Il cliché produttivo, per prima cosa, del giovane regista che con budget limitatissimo – quasi zero, per gli standard hollywoodiani – riesce a mettere insieme un prodotto rivoluzionario, e lo fa usando il genere che più si presta alla narrazione “pochi soldi, molte idee, grandi risultati”: l’horror. Cliché che resiste ancora oggi, per fortuna: il successo monstre di Kane Parsons con Backrooms e Curry Barker con Obsession è lì a dimostrarlo.

La casa, 1981

La casa, 1981

  • IMAGO / Allstar

Quando Sam Raimi girò quello che ancora non sapeva sarebbe stato il primo episodio di una delle saghe più longeve del genere, nel 1979, aveva solo 20 anni e un budget di neanche 100.000 dollari (anche se si dice che sia lievitato fino a 300.000 in un anno di lavorazione, tra post-produzione e marketing). Poteva però contare su due buoni amici della natìa Detroit, Bruce Campbell e Robert Tapert, che si sarebbero rivelati perfetti nei ruoli di attore protagonista (il primo) e produttore (il secondo). Alla fine, La casa lanciò la carriera di tutti e tre i soci dell’operazione, che poi sarebbero diventati rispettivamente: uno dei più grandi demiurghi del cinema pop americano dei trent’anni successivi (Raimi); un attore cult (peraltro solo grazie alla serie de La casa, Campbell); il marito di Lucy Lawless a.k.a. Xena, principessa guerriera (Tapert, che peraltro ha fatto anche altro nella vita, ma se hai in curriculum un matrimonio del genere, ovviamente il resto scompare).

Il cliché narrativo, in secondo luogo, del gruppo di ragazzi che si trova in una (appunto) casa perduta nel bosco che, guarda un po’, è abitata da un’entità malvagia, soprannaturale, assassina, inarrestabile. A dirla tutta, ai tempi il cosiddetto cabin horror non era ancora un luogo comune, ma un’idea originale (per quanto derivata dai capolavori di Tobe Hooper e Wes Craven, che Raimi aveva visto negli anni precedenti).

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Rete Uno 09.07.2026, 14:45

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  • Il pomeriggio di Rete Uno - Francesca Margiotta

Il cliché comunicativo, infine, del “non esiste cattiva pubblicità”. La casa, infatti, fu al centro di polemiche feroci e tentativi di censura. Nel Regno Unito fu accusato di oscenità, quando cominciò a essere distribuito in VHS: insieme ad altri horror a basso costo, si trovò suo malgrado al centro dell’attività di lobbying del gruppo conservatore National Viewers and Listeners Association fondato dall’attivista Mary Whitehouse, che definì opere del genere «video nasty». Definizione che divenne la più potente arma di marketing nelle mani di produttori e distributori: nei primi anni Ottanta, dopo la campagna della Whitehouse, tutti gli adolescenti inglesi bramavano quelle pellicole proibite. Chi mai se lo sarebbe aspettato…

L’ultimo cliché messo sullo schermo da La casa, quello rimasto nella memoria degli spettatori degli anni Ottanta, sarebbe arrivato solo con i due capitoli successivi al primo: l’horror che fa ridere. In tempi in cui l’ironia è di casa, nei film dell’orrore (e perfino la commedia pura), non si può che offrire a Raimi l’appellativo di maestro, capace di fare scuola per i decenni a venire.

Il lettore che avesse attraversato le tremila battute precedenti si sarà forse reso conto che tutto questo riassunto serve per dire qualcosa sull’ultimo capitolo della saga, ormai arrivata alla riscrittura e al sesto film. Ed eccola qua: La casa – Il rogo del male non è riuscito a risolvere il suo problema fondamentale, e cioè distinguersi dalle puntate precedenti senza tradire il materiale originale. Anche la recensione è un cliché.

Sébastien Vaniček sul set, 2025

Sébastien Vaniček sul set, 2025

  • IMAGO / Cinema Publishers Collection

Però è inevitabile, perché (come e più che nel precedente La casa – Il risveglio del male di Lee Cronin) il regista Sébastien Vaniček, di fronte a una serie di film che ha ormai fatto tutto, attraversando lo spettro dell’horror dalla leggerezza ironica all’oscurità assoluta, ha deciso di abbracciare proprio quest’ultima, ma il risultato è una pellicola tanto ben girata quanto priva di sorprese. La scelta di far ruotare la trama intorno a due donne maltrattate è coraggiosa, ma la metafora sembra sempre un po’ forzata, e in qualche modo – spero di non sembrare troppo moralista, nello scriverlo – anche sbagliata, visto che stiamo parlando di un film che, in fondo, mostra immagini di violenza estrema per il divertimento dello spettatore. Se si trattava di un tentativo di espiare la misoginia presente sottotraccia nell’originale di Raimi, non sembra riuscito fino in fondo.

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