Cinema

Gli arabi, questi sconosciuti

Youssef Chahine e la rabbia del Terzo Mondo

  • 03.04.2019, 06:50
  • 14.09.2023, 09:46
Youssef Chahine
Di: Marco Alloni 

Riascoltare l’intervista televisiva che il regista egiziano Youssef Chahine, uno dei più grandi maestri del cinema arabo, rilasciò alla tv francese nel 1983 ha qualcosa di avvilente: diremmo persino di raccapricciante.

Malgrado la persistente retorica che vorrebbe Occidente e Terzo Mondo – termine che Chahine rifiuta senza attenuazioni – in fecondo dialogo tra loro, ci accorgiamo che nulla è cambiato sul fronte occidentale: che gli arabi e il loro cinema – e in un senso più vasto la loro cultura – sono rimasti dei perfetti estranei e degli sconosciuti pressoché totali. O nel migliore dei casi quelli che la spietatezza di una certa terminologia potrebbe rubricare come gli «utili idioti» del modus pensandi occidentale.

Si potrebbe realmente affermare, infatti, che a parte estemporanee apparizioni in questo o quel festival – spesso in funzione decorativa e perlopiù nel segno di un paternalismo che mal dissimula il «complesso di superiorità» occidentale – noi si abbia un atteggiamento altro che «esotistico» nei confronti del cinema arabo? Quante pellicole di produzione araba, e quanto concreto dibattito, quanta partecipe condivisione possono essere ravvisati nelle kermesse europee – che pure sembrano farsi un punto d’onore di affrontare «internazionalmente» la situazione del cinema contemporaneo – a tal riguardo?

È un dato di fatto: più ci si addentra nelle dinamiche del cosiddetto «confronto fra civiltà» e più si deve riconoscere riconfermato che lo sguardo occidentale nei confronti degli arabi e del Terzo Mondo resta quello asimmetrico e pregiudiziale denunciato da Edward Said nel suo celebre Orientalisme: lo sguardo dell’indifferenza e dell’apriorismo. Nessun interesse altro che di natura «manicheistica» o «stereotipa» conquista il dibattito e il dialogo fra i due mondi, e laddove sembrerebbe affacciarsi una curiosità non meramente superficiale ecco baluginare il demone dell’insensibilità e della più totale impreparazione a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda del sentimento arabo.

Chahine queste cose le sapeva e le denunciava senza peli sulla lingua. Come denunciava lo strapotere delle majors americane, la disabitudine a voler superare il gusto plebeo della cinematografia d’azione e stigmatizzava la natura non «universalistica» delle giurie preposte a valutare i prodotti d’oltremare.

Ma soprattutto sapeva che l’effetto più deleterio di questo qualunquismo nei confronti del cinema arabo – segnatamente di quello egiziano – non consisteva tanto nel semplice ostracismo verso cineasti e artisti quanto nel determinare le peggiori condizioni politiche per un riavvicinamento fra le due sponde del Mediterraneo. Sapeva che ovunque si agisca contro la cultura, insomma, sia questa cinematografica, filosofica o letteraria, presto o tardi è ineluttabile osservare il fenomeno della discriminazione, del razzismo e dell’incompatibilità.

Non basta ricordare il grande regista egiziano nelle situazioni ufficiali o a margine di Festival internazionali. Fintanto che la sua parola e il suo cinema serviranno solo alla retorica delle celebrazioni, non facciamoci illusioni: del mondo arabo e dell’Islam, dei suoi popoli e della sua civiltà – che non a caso Chahine rivendica pari in dignità a qualsiasi altra civiltà mondiale – continueremo ad avere un’immagine deteriore e a suo modo «marginale», cioè più o meno quella «ancillare» che abbiamo avuto fin qui. Persisteremo, insomma, a non tendere che ponti di pura cosmesi tra un universo e l’altro e a ritenere che lo stato di «vassallo» del Terzo Mondo non è, in definitiva, che un dato di natura.

Eppure basterebbe poco per superare questi retaggi. Basterebbe per esempio modificare, come suggerisce Chahine, le politiche economiche e culturali che penalizzano sempre e solo un versante del mare nostrum. E magari impegnarsi a riconoscere che film come Il ragazzo del Nilo, Alessandria ancora e per sempre o Il destino sono e resteranno a lungo autentici capolavori della cinematografia universale.

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