Cinema

Stranger things e le altre

Netflix investe sull'adolescenza

  • 26.05.2021, 11:33
  • 31.08.2023, 10:57
Sranger Things (Netflix)

Sranger Things (Netflix)

Di: Michele R. Serra 

Diciassette miliardi di dollari è una cifra esorbitante, più o meno pari a quella che la Confederazione ha speso per far fronte alla pandemia di Coronavirus. È la cifra spesa da Netflix nel 2020 per produrre contenuti – magica onnicomprensiva parola chiave dell'industria culturale di questi anni – e che riflette in modo lampante il gargantuesco appetito dell'azienda leader mondiale dello streaming. I tre concorrenti principali, messi insieme, non arrivano alla metà della somma investita: 6 miliardi Apple, 2 HBO Max, 1 Disney+. La strategia del gigante americano appare chiara: se i concorrenti sembrano avere un approccio ragionato, che punta su prodotti “sicuri” come quelli legati ai grandi franchise di proprietà Disney (da Star Wars ai supereroi Marvel), Netflix scommette sulla massa critica, centinaia di serie e film originali destinati a brillare per qualche giorno (o settimana) e venire poi dimenticati.

Se si può discutere (molto!) riguardo alla qualità di questa offerta soverchiante, non si può negare il successo di Netflix nell'ultimo decennio. In particolare sul pubblico giovane: diverse ricerche chiariscono come le famiglie con figli adolescenti e preadolescenti costituiscano la fetta di abbonati più importante. Dunque non stupisce che una larga parte dell'offerta sia a loro destinata, e che abbondino le serie con protagonisti adolescenti. E nonostante lo stile spesso tutt'altro che realistico (come nei casi che troverete di seguito) ognuna di queste serie, se vista in controluce, sembra raccontare pezzi di vita dei teenager in generale, di quelli americani in particolare, e di quelli che vivono nella grande suburbia statunitense soprattutto.

Epitome perfetta del tema “adolescenza secondo Netflix” è Stranger Things, di cui è in arrivo la quarta stagione (dopo i ritardi dovuti alla pandemia da Covid-19). Il mix è quello tipico dei romanzi di Stephen King, con il fantastico che irrompe in un contesto realista: un bambino si perde in una dimensione alternativa, una ragazza misteriosa mostra poteri sovrannaturali, il governo conduce inquietanti esperimenti scientifici, i cospiratori cospirano... Elementi assolutamente canonici del racconto sulla gioventù si sovrappongo a luoghi tutto sommato altrettanto comuni del genere fantastico, eppure il risultato è efficace e mai noioso. Nonostante il continuo gioco di rimandi a elementi dell'immaginario collettivo talmente noti da risultare già visti quasi per tutti.

L'abito impeccabile cucito addosso alla serie tuttavia non ci impedisce di notare che, tolto lo stile, quella che rimane è un'idea piuttosto semplice e senza tempo: Stranger Things parla di una delle paure fondamentali degli adolescenti, sempre più consapevoli che la vita che stanno facendo è destinata a cambiare, e quindi in qualche modo a finire. C'è sempre qualcosa che manca, nelle vite degli adolescenti: autostima, soddisfazione scolastica, fiducia in quello che la vita adulta potrà riservare. Così, ecco lo spauracchio dell'altra dimensione, dell'amico perduto. E tutte le cose che mancano ai protagonisti: dai denti di Dustin Henderson (Gaten Matarazzo) su fino a padri, madri, famiglie intere.

Se l'assenza e la perdita sono ciò con cui si confrontano gli adolescenti in Stranger Things, The OA li trasporta in un contesto sovrannaturale para-religioso. La protagonista è infatti una ragazza cieca che torna dopo essere scomparsa per sette anni – di nuovo capace di vedere – e si auto-dichiara Primo Angelo.

Al di là di tutti i riferimenti simbolici e filosofici presenti nella serie (che sono raccontati più approfonditamente qui), è molto interessante il modo in cui vengono raccontate le dinamiche scolastiche, soprattutto il bullismo: bullo è uno dei protagonisti, Steven Winchell (Patrick Gibson), presentato in modo assai più complesso di quello monodimensionale titpico della tradizione dei college movie americani. The OA, dietro la facciata fantastica, racconta come la scuola può esercitare forme di violenza istituzionalizzata, come anche i bulli possano essere vittime di violenza, e come la violenza stessa nell'adolescenza possa assumere forme diverse da quelle più ovvie. Rimanendo, purtroppo, quasi inevitabile.

Le terrificanti avventure di Sabrina segue la stessa direzione delle due serie precedenti, mescolando la teen comedy e l'avventura fantastica a tinte horror: la protagonista è una giovane strega che invece della classica festa Sweet Sixteen all'americana, per il suo sedicesimo compleanno si trova a dover affrontare il battesimo oscuro, un rituale destinato a legarla per sempre al demonio, nonché a renderla compiutamente una maestra delle arti magiche. Essere una strega significherà abbandonare la scuola, gli amici e gli amori adolescenziali, in cambio di poteri immensi. Il rifiuto da parte della protagonista di seguire la tradizione familiare innescherà il suo personale percorso di crescita – e non secondariamente, di empowerment femminile. Intorno alla protagonista si muove però un cast di comprimari capaci di riflettere diversi aspetti del processo di costruzione dell'identità tipico dell'adolescenza: Harvey (Ross Lynch) deve vedersela con la mascolinità tossica (perdonate l'espressione ormai abusata, ma rende l'idea) del padre; Rosalind (Jaz Sinclair) con la prospettiva della malattia e di una possibile disabilità; Susie (Lachlan Watson) con la presa di coscienza della sua identità di genere e la conseguente transizione da ragazza a ragazzo.

Per quanto la considerazione possa sembrare ovvia, solo da questi tre esempi – scelti per il loro carattere di cult ancora prima che per il successo di audience – appare chiaro come le narrazioni televisive dell'adolescenza siano influenzate dalla nuova idea di “normalità” diffusa nella società, soprattutto tra i più giovani. E cioè, per farla breve, che non esista una normalità a cui aspirare, né un vero e proprio mainstream culturale a cui fare riferimento: gli stereotipi rimangono un buon punto di partenza per il racconto, ma vengono regolarmente relativizzati, sovvertiti, perfino ridicolizzati. E se i luoghi comuni del fantastico sono ancora la migliore metafora con cui catturare l'attenzione dei teenager, il cuore della narrazione rimane sempre il tentativo di affrontare le difficoltà di quel periodo della vita. Stile contemporaneo, problemi senza tempo.

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