A dare un’occhiata nelle sale cinematografiche quando sui cartelloni c’era Challengers, di Luca Guadagnino, si notava una tendenza chiara: il pubblico – il 41% il primo giorno – apparteneva per la maggior parte a una fascia demografica tanto irruenta quanto inafferrabile, quei 18-24enni su cui le speranze del cinema d’autore tendono ad infrangersi. I motivi potrebbero essere diversi. La natura sexy e vagamente proibita della trama. La presenza di un cast di giovani e belli, in primis la it girl del momento, Zendaya. O forse si trattava di una ragione più profonda, che ha portato il regista italiano a diventare quasi per caso “il cineasta della Gen Z”. Non quello che la Gen Z dovrebbe amare secondo i sociologi. Quello che ama davvero, con l’intensità con cui si ama ciò che si scopre da soli.

Con timothée Chalamet, 2022
Com’è successo?
Una spiegazione superficiale si affiderebbe all’estetica. That Guadagnino lighting (quella luce alla Guadagnino) è già un microtrend su TikTok. Lui però rifiuta questa lettura, e al New Yorker ha dichiarato di essere a disagio con le parole “estetica” e “stile”: «Non cerco una bella immagine, uno scatto su Instagram, ma la realtà».
Pur desiderando allontanarsi da concetti estetici, Guadagnino mette il corpo sempre al centro. Non come decorazione - come argomento. Le pesche di Call Me by Your Name, i cannibalici baci di Bones and All, le racchette di Challengers, prolungamenti di braccia che sono prolungamenti di desideri muti. Lo stesso regista ha definito Bones and All «Una fiaba sulla solitudine dell’esistere e sul desiderio di spezzare questa solitudine attraverso l’essere guardati da un altro». Il corpo è il luogo in cui l’identità si decide, si mostra, si mette in discussione. Guadagnino lo tratta con rispetto, senza mai ridurlo a simbolo.

Con Zendaya, 2024
Nei suoi film il desiderio esiste prima delle categorie. Parlando dei giovani protagonisti della serie We Are Who We Are, ha detto che a quell’età «Hai solo curiosità, solo desiderio, solo la capacità di sperimentare. Ogni giorno sembra una lotta tra la vita e la morte». Parrebbe una descrizione piuttosto banale dell’adolescenza, ma oggi è più vera che mai, di fronte a una generazione che ha abolito le caselle identitarie con una velocità che ha stupito tutti, inclusa sé stessa, e adesso naviga un territorio senza mappe, con molta libertà teorica e parecchia confusione pratica.
In Challengers c’è un triangolo amoroso in cui nessuno si comporta bene. Art e Patrick si contendono Tashi da vent’anni, lei li manipola con un controllo che travalica il confine tra gestione e crudeltà. Nessuno dei tre è il cattivo, nessuno è la vittima. Ma è proprio per questo che funziona: Guadagnino non giudica mai i suoi personaggi, non punisce chi si comporta male. In un momento storico in cui tutto viene classificato come red o green flag, questa assenza di giudizio è quasi rivoluzionaria.

Sul set con Julia Roberts, 2025
Poi arriva After the Hunt, un film che sembra costruito per mettere in crisi chi aveva adottato Guadagnino come alleato culturale. Alma, professoressa di filosofia a Yale interpretata da Julia Roberts, si trova incastrata tra il suo ruolo di donna mentore e l’amicizia profonda che nutre per un collega accusato di molestie da una studentessa, Maggie.
È un film che si presenta con un linguaggio apparentemente rassicurante – denuncia, smantellamento di certe dinamiche di potere, sorellanza – per poi demolirlo dall’interno. Lo scontro tra Alma e Maggie è una battaglia generazionale: la prima ha conquistato il proprio posto, la seconda parte da presupposti diversi su cosa sia giusto rivendicare. Nessuna delle due ha torto del tutto. Ancora una volta, il film non risolve la tensione – la lascia lì, scomoda.
Guadagnino chiude lo spettatore in una stanza piena di domande e si siede ad aspettare. Perché al di là dei luoghi comuni sull’ADHD digitale, la fragilità – dove sta il confine tra troppo o troppo poco fragile? – il vocabolario terapeutico usato come scudo, c’è una generazione con una fame enorme di complessità vera, di storie che non finiscono con una lezione, di cinema che si fida del pubblico abbastanza da non spiegarsi. Guadagnino si fida. Forse per questo, la Gen Z continua a tornare in sala.



