C’era un tempo in cui il cinema era un culto, con le sue divinità e i suoi rituali. Un tempo in cui gli attori erano celebrati come santi, quando non come divinità immortali. Come ogni religione, però, anche il cinema è andato via via secolarizzandosi, perdendo il proprio potere e la propria influenza su una società che ha smarrito interesse verso gli irraggiungibili dèi dello schermo. In quanti, oggi, vanno al cinema esclusivamente per vedere un attore? Quante star sopravvivono abbastanza a lungo da divenire immortali?
Durante il corteo funebre per Rodolfo Valentino, nelle strade di New York si riversarono decine di migliaia di persone. Pare che tra le scene di isteria, svenimenti e disordini, le autorità ebbero il loro bel da fare. Leggenda vuole che alcune ragazze, distrutte dal dolore, si tolsero la vita. Un dato eccessivo, probabilmente, ma che nulla toglie alla percezione che il grande pubblico aveva delle star durante l’età d’oro di Hollywood. Un sentimento oggi difficile da ritrovare.

Greta Garbo con il leone della MGM, 1926
Hollywood era un sistema di miti moderno, un Olimpo dorato popolato da divi. Un universo parallelo fabbricato dagli studios nel quale i volti scolpiti in bianco e nero erano stelle irraggiungibili. La distanza tra lo spettatore e i propri idoli era il primo elemento di sacralità. L’attore non era umano, ma divino, pertanto intoccabile e irraggiungibile, come una stella nel firmamento. Clark Gable non avrebbe mai risposto a un commento su Instagram. Greta Garbo non avrebbe mai spiegato la scelta della sua nuova acconciatura in una live su TikTok. La distanza dal loro pubblico era parte del loro fascino. Una distanza che col tempo è andata sempre più assottigliandosi.

George Clooney e Brad Pitt a Venezia, 2024
Resta ancora qualche vecchio mito nel magico mondo di Hollywood. Un Leonardo di Caprio che si mostra solo quando strettamente necessario, un Brad Pitt tanto bello da essere irraggiungibile. Resti di un passato lontano che dagli anni Novanta sono andati sempre più estinguendosi, trascinando le divinità del cinema nella loro fase “umana.” La maggior parte dei divi di oggi ha un rapporto diretto con i fan. Sono eleganti e iconici, certo, ma anche vulnerabili, politicamente attivi, “vicini”. Hanno sostituito il mistero con la trasparenza, il mito con la connessione. Se è vero che la fortuna è sempre stata un elemento centrale per diventare famosi, oggi i social hanno creato una nuova via di accesso. La celebrità può costruirsi dal basso e un video divenuto virale può trasformarti nella nuova Lele Pons o nel nuovo Kane Parsons.
La creator economy è un elemento che ha riformulato il concetto di divo. Influencer, youtuber e streamer possono diventare attori di fama senza passare per le grandi major, superando le star in termini di visibilità e assottigliando sempre più il confine tra notorietà e talento. Si tratta di nuovi punti di riferimento culturali che raramente incarnano l’aura leggendaria di un Laurence Olivier o una Lauren Bacall, forse perché quell’idea di mito non è più necessaria. Oggi il pubblico non cerca figure irraggiungibili e monumentali, ma personalità percepite come autentiche, accessibili e continuamente presenti nel flusso quotidiano dei social. Divi nei quali potersi riconoscere e ai quali poter sognare di assomigliare, se non fosse per quel milione di follower mancante.
Ingrid Bergman
RSI Cultura 05.05.2024, 08:24
Il pubblico ama ancora sognare, non c’è dubbio, ma preferisce farlo a misura di like. Se è vero che il senso più classico del divo si è ormai estinto, la potenza iconica delle grandi star del passato è rimasta. Tutto corre più rapidamente, e sebbene conti poco chi sarà il nuovo Clark Gable, la curiosità su chi sarà davvero in grado di restare si accende talvolta tra un profilo e l’altro. Viene da pensare che, se i divi del passato erano miti, quelli di oggi provano a essere specchi. Forse, in un mondo in cerca di identità, anche questo è un modo per incarnare un sogno.
Hollywood, come cambia l’industria del cinema
Laser 27.10.2020, 09:00
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