In un’edizione sprovvista dei blockbuster a cui ci aveva abituati negli ultimi anni la Mostra del Cinema di Venezia - film per il grande pubblico come “Dune” (di Denis Villeneuve, 2021), “Joker” (di Todd Phillips, 2019) o “First Man” (di Damien Chazelle, 2018) - si registra il ritorno di alcuni autori di grosso calibro e la presenza di interessanti documentari.
I titoli degni di nota sono numerosi, qui ne indichiamo cinque di sicuro interesse, tutti dal concorso principale, proiettati nella prima settimana di festival:
“The Whale”
Non si può giudicare un libro dalla sua copertina e l’abito non fa il monaco. Sono due proverbi molto comuni che rappresentano grandi ovvietà. Eppure, quando queste ovvietà prendono vita grazie ad una storia e a dei personaggi, ci viene mostrata la magnificenza di un animo, di una mente, di un gesto. Quando la verità si svela e si mostra, la sua bellezza è incontenibile. Per questo “The Whale” di Darren Aronofsky deve essere un film “contenuto” in ogni senso: l’ambientazione in una sola stanza, la centralità di un corpo divenuto debordante, il formato dell’inquadratura in 4:3, il mondo esterno solo accennato da una finestra semichiusa.
Ci dimentichiamo di ognuna di queste costrizioni, che svaniscono di fronte ai nostri occhi, man mano che Charlie - professore di letteratura divenuto gravemente obeso dopo il suicidio del suo compagno - percorre un difficile ma determinato cammino di riconciliazione con la figlia adolescente, compiendo al contempo uno struggente atto di fede verso il prossimo e uno di clemenza nei confronti di se stesso. Basato su l’omonima pièce teatrale di Samuel D. Hunter, che ha curato anche la sceneggiatura del film, “The Whale” è lo splendido ritorno di Aronofsky, impreziosito da un cast ridotto ed eccellente: Samantha Morton, Hong Chau, Sadie Sink e un indescrivibile Brendan Fraser.
“All the Beauty and the Bloodshed”
Nan Goldin la si potrebbe ascoltare per ore. È la voce narrante della fotografa a condurci tra le immagini e gli slide show che hanno scandito la sua carriera e la sua intensa vita - segnata dalla prematura perdita della sorella - nel nuovo documentario di Laura Poitras. Entrata nel mondo dell’arte grazie al suo lavoro fotografico incentrato sulla comunità gay e transgender della Boston anni ’70, di cui faceva parte, Nan Goldin ha ritratto la sua famiglia di amici con onestà e affetto, documentando negli anni anche la scena underground newyorkese e in seguito la terribile epidemia di HIV, che le ha portato via molti degli affetti più cari.
Strutturato con un impianto classico ma privo di interviste frontali e talking-head, il documentario di Laura Poitras (già autrice di “Citizenfour”, incentrato su Edward Snowden, e di “Risk”, riguardante Julian Assange) utilizza le principali opere di Nan Goldin come capitoli, per raccontarne la storia. A questi, la regista alterna le tappe della lotta che la fotografa ha intrapreso, a partire dal 2017, contro la famiglia Sackler, proprietaria della Perdue Pharma, responsabile della crisi degli oppioidi negli USA. Grazie alle azioni e alle manifestazioni ripetute dall’artista e dagli altri attivisti, alcune tra le più importanti istituzioni culturali al mondo hanno deciso di cancellare il nome dei Sackler, noti filantropi, dalle pareti di musei e gallerie.
“Un Couple”

Un’ora con Sofia Tolstoj. È lei l’unica persona che compare nel nuovo film di Frederick Wiseman, maestro del documentario, che a 92 anni torna a Venezia con un progetto apparentemente completamente diverso da ciò a cui ci ha abituati in una carriera decennale. “Apparentemente” perché in realtà i 60 minuti che spendiamo insieme a Sofia Tolstoj, interpretata da Nathalie Boutefeu, non sono poi così diversi dalle solite tre o quattro ore di documentario d’osservazione ambientato in un’istituzione culturale o sociale che solitamente costituiscono il cinema di Wiseman. In questo caso l’istituzione osservata è in realtà dichiarata ed è la coppia, vista dalla prospettiva di chi non ha mai avuto voce: la moglie di un grande scrittore ed intellettuale come Lev Tolstoj. Wiseman le rende giustizia, creandole lo spazio per esprimere i sentimenti più intimi e personali, accumulati in anni di vita accanto ad una personalità - maschile - tanto ingombrante.
“The Banshees of Inisherin”
Sulla piccola isola di Inisherin, al largo delle coste irlandesi, ogni giorno, presumibilmente da molti anni, alle due del pomeriggio due uomini si recano al pub per bere una pinta di birra e chiacchierare. Questo fino a quando uno dei due, interpretato da Brendan Gleeson, dice all’altro - Colin Farrell - che non vuole più essere suo amico e che non si dovranno parlare mai più. Questo piccolo ma singolare episodio sta alla base del nuovo riuscito film di Martin McDonagh (“In Bruges”, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”), che per l’ennesima volta ci dimostra come sia possibile sostenere perfettamente un film di due ore partendo da un semplice evento, che con una minuziosa scelta di tempi e toni andrà a sconvolgere le vite dei personaggi. Calibrato perfettamente come tragicommedia dall’umorismo decisamente nero con qualche elemento di folklore, questo film - ambientato tra la semplice comunità di un’isola sperduta, nel 1923, con le esplosioni della guerra civile irlandese in lontananza - è una sofisticata riflessione sul tempo, sull’isolamento, sull’assurdità dell’esistenza.
“Athena”
Romain Gavras porta nel suo cinema riferimenti e ritmi sviluppati ed affinati nei contesti da cui proviene e dove ha ottenuto più successo: video musicali e pubblicità. Anche “Athena”, come tutti i suoi lavori, è contraddistinto da un’estetica molto curata, dove si combinano cultura di strada a coreografie mastodontiche, ma il tratto distintivo di questo film è l’uso spaventosamente virtuoso del piano sequenza. Parlando di contenuto, “Athena” nasce con l’intento di prendere gli elementi della tragedia greca e di inserirli in un contesto di periferia metropolitana, raccontandoci la lotta - particolarmente francese - tra forze dell’ordine e comunità delle banlieues, degenerata in guerriglia urbana dopo la morte di un ragazzino, apparentemente ucciso da alcuni agenti di polizia.
Malgrado il film di Romain Gavras abbia diverse pecche - la centralità dell’estetica a lungo andare stufa, così come i piani sequenza, e il messaggio politico risulta confuso, anche a causa dell’eccessiva spettacolarizzazione di scontri comunque dettati da disuguaglianze sociali - resta un titolo interessante da recuperare, che forse ingenuamente ci dice più di quello che crede sulla nostra contemporaneità e sui valori delle parti che la compongono.




