La chiusura della Spianata delle Moschee e del Santo Sepolcro non è solo un’emergenza di sicurezza: è il simbolo di un tempo che restringe gli spazi del sacro e della democrazia, mentre la politica religiosa israeliana erode lo status quo e trasforma ogni porta sbarrata in un precedente
Ci sono luoghi che non appartengono a nessuno perché appartengono a tutti. Gerusalemme è uno di questi. Per questo la notizia della chiusura degli accessi al Santo Sepolcro e alla Spianata delle Moschee non è un fatto di cronaca: è un segno. Un presagio. Una fenditura nel cielo del nostro tempo.
Le autorità israeliane hanno parlato di sicurezza, di necessità operative, di misure temporanee a causa degli attacchi iraniani Ma quando si chiude un luogo sacro, non si chiude solo un portone: si chiude un’epoca. Si chiude la possibilità stessa di credere che la democrazia sia ancora un luogo aperto, attraversabile, poroso. La democrazia, come la fede, vive di passaggi, di soglie, di pellegrinaggi. E quando le soglie si chiudono, qualcosa muore.
Sulla Spianata, in questi giorni, non si sale. Non si prega. E intanto, sui social, scorrono immagini di cancelli serrati, di soldati che presidiano ciò che dovrebbe essere inviolabile. È un paradosso feroce: i luoghi nati per accogliere diventano luoghi che respingono.
Ma c’è un dettaglio che pesa come una pietra: si chiude l’accesso dei musulmani alla Spianata, mentre il Muro Occidentale – il principale luogo di culto ebraico dell’area – resta aperto. Questo non può essere un incidente amministrativo. E allora va considerato che da anni una parte politica lavora per erodere lo status quo. E la destra religiosa israeliana – quella che sogna il “Terzo Tempio”, che considera la presenza islamica sulla Spianata un’anomalia temporanea, che parla apertamente di “riappropriazione” – potrebbe vedere in questa chiusura un precedente utile, un passo avanti. Da tempo gruppi come il Temple Institute o Return to the Mount chiedono di ridurre la presenza musulmana, di “normalizzare” la preghiera ebraica sul sito, di ridisegnare la geografia sacra. E ogni volta che un cancello si chiude, questo progetto avanza di qualche millimetro.
Ma il punto non è solo Gerusalemme. Il punto è il nostro tempo. La nostra resa lenta e inavvertita all’idea che la sicurezza valga più della libertà, che l’ordine valga più della dignità, che la paura sia un argomento politico legittimo.
Gerusalemme è sempre stata un laboratorio del mondo. Quello che accade lì, prima o poi accade ovunque. La chiusura della Spianata non è un incidente: è un avvertimento. Ci dice che la democrazia non muore con un colpo di stato, ma con una serie di piccoli gesti amministrativi. Con un permesso negato. Con un accesso limitato. Con un cancello che “per ragioni di sicurezza” resta chiuso un giorno, poi due, poi una settimana.
Il crepuscolo non arriva mai all’improvviso. Comincia sempre così: con una porta che non si apre più. Con un luogo sacro che diventa zona rossa. Con un mondo che, senza accorgersene, si abitua all’idea che la libertà sia un privilegio e non un diritto.
E allora sì, la Spianata chiusa è un simbolo. Un simbolo cupo, necessario, ineludibile. È lo specchio del nostro tempo: un tempo che ha paura dei suoi stessi fedeli, dei suoi stessi cittadini, della sua stessa ombra.
Il crepuscolo democratico non è un tramonto. È un lento spegnersi. E comincia sempre da un cancello chiuso.

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Telegiornale 19.03.2026, 20:00




