Che cos’è davvero il silenzio? Forse non è solo una pausa tra le parole, ma una forma di resistenza. Mentre il rumore è oggi diventato continuo (notifiche, commenti, opinioni che si accavallano) tacere assume quasi il valore di un gesto. Il mondo sembra diffidare di ciò che non si espone, non produce, non si mostra. Eppure, proprio dentro questo eccesso di voce, c’è chi indica un’altra possibilità: non gridare di più, ma ascoltare meglio. Fermarsi, rallentare, tornare all’essenziale.
Controccorrente
Dentro questo scenario, anche una meditazione biblica può suonare come qualcosa di controcorrente. È ciò che accade con le riflessioni proposte da Francesco Sciotto a Tempo dello Spirito. In una delle sue meditazioni, Sciotto si sofferma sul racconto della guarigione del cieco nato, nel Vangelo di Giovanni. Un uomo riacquista la vista, ma il fatto che la guarigione avvenga di sabato scatena subito la contestazione: invece di riconoscere ciò che è accaduto, ci si concentra sulla regola infranta. Così, paradossalmente, sia chi guarisce sia chi è guarito finiscono sotto accusa. È una dinamica che non ci è estranea. Anche oggi, ciò che libera può essere visto come una minaccia, e ciò che cura come una trasgressione. Il racconto invita a guardare più in profondità, a non confondere la norma con la verità, la forma con la sostanza.
Mistiche
Alphaville 13.03.2025, 11:45
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Su un altro piano
Su un altro piano, ma con una sensibilità affine, si colloca la voce di Christian Bobin. Scrittore appartato, lontano dai circuiti mediatici, ha costruito nel tempo un’opera discreta e intensa, che non cerca effetti ma verità. I suoi libri sono brevi, essenziali, e chiedono al lettore una cosa semplice e rara: tempo. Tempo per fermarsi, per respirare, per lasciare che le parole scendano in profondità.
Nel suo Come un piccolo sasso sul fondo di un’acqua chiarissima (AnimaMundi edizioni), nato da una conversazione con il giornalista Patrice Van Eersel, tutto comincia in un’atmosfera raccolta: una stanza chiusa, un fuoco acceso, un tavolo condiviso. Uno spazio quasi sospeso, in cui le parole possono nascere senza fretta. Bobin parla da una posizione laterale, non per distacco, ma per fedeltà a ciò che conta davvero.
La vita interiore
Al centro c’è la vita interiore, che non viene vista come fuga ma come luogo di autenticità. Ritornano i temi che attraversano tutta la sua opera: l’amore come mistero, la fragilità come forza, il tempo che scorre e insieme si dilata, la morte come soglia, l’infanzia come origine. Le sue parole nascono da uno sguardo che non teme il vuoto, ma lo riconosce come spazio necessario perché emerga l’essenziale.
Nonostante la sua brevità, il libro resta sorprendentemente attuale. Perché invita a rallentare, a fare spazio, a ritrovare un rapporto più vero con sé stessi e con il mondo. Non offre soluzioni né ricette, ma suggerisce un atteggiamento: quello di chi non cerca di conquistare la profondità, ma sa accoglierla.
In fondo, è lo stesso movimento suggerito dal racconto evangelico: vedere non è solo una questione di occhi, ma di sguardo. Non è un fatto tecnico, ma interiore.
Forse è questo che accomuna chi, oggi, sceglie il silenzio. E cioè ricordarci che per vedere davvero bisogna prima imparare a tacere. E che, in un mondo che corre senza sosta, fermarsi può essere il gesto più necessario. Non per sottrarsi alla realtà, ma per ascoltare ciò che, proprio nel silenzio, continua ostinatamente a parlarci.
Una Parola che libera
Tempo dello spirito 15.03.2026, 08:05
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