«Oggi, tutto quello che è negativo viene lasciato da parte: scappiamo continuamente dalla risoluzione di qualsiasi cosa, e quindi anche dall’idea di una fine». Così il cineasta Davide Ferrario parla di uno dei grandi rimossi della società occidentale: la fine.
E questo non riguarda solo la fine della vita, ma anche l’attesa di una conclusione, sia questa l’epilogo di una storia o di un mandato politico, o il modo stesso di raccontare un finale, aggirato con storie sempre aperte, come succede nei film che sono diventati saghe o nelle serie tv che contano stagioni interminabili.
«Viviamo un presente infinito, sospeso nel tempo, dove la morte non esiste» racconta il regista di Tutti giù per terra e Guardami. Invitato da Cliché a riflettere sul tema della morte, in occasione dell’uscita del suo ultimo saggio La fine della fine (pubblicato da Einaudi), Ferrario parla di questa assenza di conclusione come di una rivoluzione darwiniana.

Davide Ferrario, "La fine della fine" (copertina)
La serialità, tomba della finitezza
Una rivoluzione che riguarda qualsiasi ambito. Nel racconto cinematografico, ad esempio, «il film era una cosa che aveva un inizio, uno sviluppo, una fine, e Godard diceva, non necessariamente in quest’ordine, ma era un’unità, lo spettatore, per un paio d’ore, consegnava la sua attenzione incondizionata alla narrazione. Oggi la serialità ha portato a un flusso continuo, infinito» e il narratore non ha più controllo sulla storia. «Mancando un finale, il pubblico, adesso, non ha neanche la possibilità di capire la storia che vuoi raccontare, perché non si sa a che punto vi accederà e a che punto la lascerà».
Questo tipo di immaginario dove la fine è ormai morta ha delle ricadute anche nella realtà, e Ferrario lo spiega molto bene portando ad esempio la lettura della guerra, tornata purtroppo tema di attualità. «Anche la guerra l’abbiamo vista sempre come un racconto dove c’è un inizio e una fine e, anche se la storia la scrivono i vincitori, si arrivava comunque alla fine con un vincitore e uno sconfitto, anche in termini molto drammatici» argomenta il regista.

Davide Ferrario seconda parte
Cliché 20.03.2026, 21:45
Trump e la guerra senza fine (anche quella)
«Adesso stiamo vedendo che le guerre non finiscono. La politica sembra una ricerca di un ‘wow’ continuo: funziona come le serie televisive. Guardiamo l’Afghanistan, la prima guerra moderna: inizia, non si sa bene come, con le Torri Gemelle. Ma ancora di meno si capisce perché finisce, dopo vent’anni finisce e gli Americani se ne tornano a casa lasciando le cose esattamente come erano prima. O ancora il modo in cui Trump tratta la guerra in Ucraina. Lui prescinde dalla storia della guerra: c’è un aggressore? C’è un aggredito? Chi ha ragione? Chi ha torto? Non importa, quella guerra non funziona e bisogna finirla. Ma non finirla con una catarsi che spieghi qualcosa del perché è nata. Bisogna finirla perché dà fastidio e non funziona, proprio come si farebbe con un programma televisivo: non funziona, si chiude. Trump, secondo me, è un grande comunicatore anche se non ha una strategia, non ha un fine. Quello che fa lui vale per quelle 24 ore, un giorno ce l’ha con il Venezuela, poi attacca l’Iran». Ogni giorno una notizia da prima pagina.
«Qual è il grande disegno? Cosa sta combattendo esattamente? – provoca Ferrario –. Ogni volta, cambia scenario, ma ottiene sempre il centro della scena. E come una serie che ogni giorno ti chiede di essere attento a quello che ti racconta. Non importa che abbiano connessione col prima, col dopo, o tanto meno che abbia una fine» O un fine. Basta che stia in onda.
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