L’idea che la Storia si ripeta sempre allo stesso modo è un concetto che tutti abbiamo sentito. Secondo questa visione, l’umanità sarebbe condannata a rivivere ciclicamente gli stessi problemi, mutati solo nelle circostanze o nell’intensità, ma identici nella sostanza. Ne deriverebbe un’immagine dell’essere umano come spettatore passivo del proprio destino, quasi un attore secondario nel grande teatro degli eventi.
Eppure, il mondo antico ci ha lasciato un insegnamento prezioso che può incrinare questa prospettiva fatalistica: la celebre massima ciceroniana Historia magistra vitae. Essa invita a riconoscere, in ogni epoca, ricorrenze e dinamiche che ritornano, non per rassegnarsi alla loro inevitabilità, ma per imparare da esse e non ripetere gli stessi errori. La ripetizione, dunque, non come condanna, ma come occasione di consapevolezza.
Se a questo sguardo aggiungiamo la lente dell’idealismo, e in particolare il pensiero di Friedrich Hegel, il quadro si arricchisce ulteriormente. Per Hegel, la Storia non è un eterno ritorno identico a sé stesso, bensì un processo dinamico che avanza attraverso la dialettica di tesi, antitesi e sintesi. Ogni paradigma, inizialmente percepito come compiuto, finisce per mostrare i propri limiti e generare la propria negazione. Dallo scontro tra ciò che è e ciò che lo contraddice nasce una nuova forma, capace di conservare gli elementi validi del passato e, al tempo stesso, di superarli.
In questa prospettiva, la Storia non è un ciclo chiuso e immutabile, ma un movimento che si ripete nella struttura, non nei contenuti. Un’evoluzione che, pur attraversando conflitti e crisi, tende a produrre forme sempre più complesse e consapevoli. Forse è proprio qui che si intravede una possibile via d’uscita dall’eterno ritorno nietzschiano: non negare la ripetizione, ma comprenderla come motore del cambiamento.
In questa prospettiva, per dare un esempio storico, basti pensare che ogni popolo che è succeduto al suo predecessore ne ha colto i limiti per riuscire a progredire e così ad imporsi nella storia. Sono prova di ciò le vittorie greche sui Persiani o quelle romane sui Greci o, ancora, le vittorie del ceto borghese sui signori feudali. In questo senso, la storia umana si presenta come un continuo progresso e superamento.
Se proiettiamo, per analogia, tale prospettiva sui singoli individui, il risultato è lo stesso. Quello che emerge è l’importanza del fallimento nella formazione di ogni persona. Come ci insegna la scienza galileiana, il fallimento è il motore del progresso, ciò che realmente porta l’umanità ad andare avanti e a svilupparsi in maniera sempre più completa. La vita mette ciascuno di noi di fronte a sfide e a opportunità che ognuno è tenuto a cogliere. L’esito potrebbe essere positivo o negativo dal punto di vista materiale, ma è sempre positivo dal punto di vista umano e spirituale. Fallire ci mette faccia a faccia con i nostri limiti e così ci permette di sviluppare autocritica e consapevolezza di noi stessi. Da qui inizia un percorso di miglioramento che sarà una solida base per maturare ed arrivare alla nostra futura realizzazione.
È pur vero che, soprattutto nella società odierna, il non sentirsi all’altezza è un fenomeno sempre più diffuso soprattutto per chi si affaccia per la prima volta al mondo del lavoro. Questo è dovuto alla conformazione della società, che dà la precedenza all’utilità dell’individuo, considerato quasi come un automa, una macchina, mettendo in secondo piano le sue particolari potenzialità. Questo crea un senso di inadeguatezza, che porta a concludere di non avere un posto nel mondo. Ciò significa che i fallimenti si moltiplicano e così anche i momenti di crisi e di difficoltà. Ma se i fallimenti si moltiplicano, si moltiplicano nella stessa misura le occasioni di miglioramento che la vita ci presenta e che non dobbiamo lasciarci sfuggire.
Sono moltissimi gli esempi di persone celebri che hanno attraversato dei fallimenti prima di conoscere il successo e la loro realizzazione. Hanno tutte qualcosa comune: la capacità di uscire dalla propria zona di comfort, il coraggio di assumersi dei rischi, il mettersi in discussione e non gettare la spugna. Pensiamo ad esempio a J.K. Rowling, autrice di una delle saghe più fortunate di sempre, Harry Potter. Dopo aver attraversato momenti di depressione e moltissimi rifiuti da parte di case editrici, la Rowling riuscì finalmente a far pubblicare il primo libro e da quel momento la sua vita cambiò radicalmente portandole un successo che nessuno si sarebbe mai aspettato. Lo stesso vale per il fondatore di Apple Steve Jobs che, dopo essere stato licenziato dalla sua stessa azienda, ne è diventato Amministratore Delegato fino alla sua morte, rivoluzionando il mondo. E la lista potrebbe andare avanti, con nomi del calibro di Albert Einstein, Thomas Edison, Abraham Lincoln, Henry Ford, Sylvester Stallone ed altri ancora.
Insomma, come in ogni aspetto della vita, quello che conta è la prospettiva con cui affrontiamo ciò che ci accade. Se guardiamo al fallimento come un’occasione di miglioramento di noi stessi, come qualcosa a cui tutti siamo destinati per natura, come qualcosa di positivo per il nostro sviluppo personale e per la nostra realizzazione, esso diventerà sinonimo di progresso dell’individuo, assumendo così lo stesso ruolo vitale che esso ricopre nella scienza e nella storia umana.

La fragilità della generazione Z
Cristalli 02.09.2024, 20:30
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