L’apostolo Paolo era misogino? Alcuni passi delle sue Lettere sembrerebbero suggerirlo, ma oggi, spiega la teologa cattolica Marinella Perroni a Chiese in diretta, questa domanda è superata. Non si tratta più di stabilire se Paolo fosse misogino, bensì di capire chi fossero le donne che compaiono nelle sue epistole. E da questa indagine emerge un quadro sorprendente: nelle prime comunità cristiane erano presenti donne con doni, responsabilità e ruoli di rilievo. Erano «sorelle, diacone, apostole», figure la cui memoria è stata spesso offuscata dalla tradizione. La sfida attuale per le Chiese è proprio ridare nome e voce a queste protagoniste dimenticate.
Una domanda datata
La domanda sulla misoginia di Paolo, pur comprensibile alla luce di alcuni testi, è per Perroni «datata». Per secoli, infatti, alcune sue affermazioni sono state usate per giustificare l’esclusione delle donne dalla vita ecclesiale. «Che questo sia diventato un mantra per togliere la parola alle donne è un fatto», osserva la teologa, aggiungendo provocatoriamente che se una frase di Gesù avesse avuto la stessa fortuna interpretativa, «il mondo sarebbe diverso».
Un esempio emblematico
Un esempio emblematico è il passo della Prima Lettera ai Corinzi in cui si legge: «Le donne tacciano nelle assemblee…». Parole difficili da accettare, che hanno contribuito a costruire l’immagine di un Paolo ostile alle donne. Eppure, solo due capitoli dopo, lo stesso Paolo afferma che le donne profetizzano nell’assemblea, segno che egli conosceva comunità in cui le donne prendevano la parola. Una contraddizione che richiede attenzione e contestualizzazione.
Spostare lo sguardo
Per comprendere davvero Paolo, sostiene Perroni, occorre spostare lo sguardo: non tanto su ciò che egli dice delle donne, ma sulle donne che hanno condiviso con lui la missione apostolica. Un testo decisivo in questo senso è la chiusura della Lettera ai Romani, spesso trascurata ma in realtà preziosa. Qui Paolo elenca numerose collaboratrici, attribuendo loro ruoli attivi nella vita della Chiesa.
La prima è Febe
La prima è Febe, descritta come «sorella», «diacono» (al maschile, perché la forma femminile non esisteva ancora) e «protettrice». Alcune traduzioni italiane hanno attenuato questo titolo rendendolo come «colei che serve nella Chiesa», un dettaglio che rivela la difficoltà ad accettare che le donne potessero ricoprire ruoli di primo piano.
Poi altre quattro
Paolo cita poi altre quattro donne: Maria, che «ha faticato molto per voi», e Giunia, Trifena e Trifosa, alle quali attribuisce lo stesso «lavoro». Quando Paolo usa questo termine per sé, indica il lavoro apostolico: ciò suggerisce che anche queste donne fossero, di fatto, apostole, forse coinvolte nella fondazione della comunità di Roma.
Nei primi decenni
Perché allora questi nomi sono stati dimenticati? Perroni individua la causa nei primi decenni del cristianesimo, quando le comunità, entrando nella vita pubblica delle grandi città, adottarono strutture piramidali e maschili, conformandosi a un mondo profondamente patriarcale. Questo processo portò non solo a ridefinire i ruoli, ma anche a cercare nella Scrittura giustificazioni a tale assetto, oscurando alcune figure e amplificandone altre.
La questione dell’interpretazione dei testi paolini resta dunque centrale. Il dibattito sul potere, sulla condivisione delle responsabilità e sul sacerdozio femminile rimane aperto, non solo nella Chiesa cattolica ma nell’intero cristianesimo globale, dove la presenza delle donne in ruoli di guida non è ancora universalmente riconosciuta.







