Riflessioni

Il lungo cammino del voto femminile, tra storia e memoria personale

Ripercorrendo le tappe cruciali del suffragio femminile fra Italia, Francia e Svizzera, tra resistenze, conquiste e l’eredità delle Costituenti

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Di: Emma Fattorini 

La mia è l’ultima generazione le cui madri, in Italia, sono state tra le prime donne a votare. Ricordo mia madre, non politicizzata, ma operosa imprenditrice e presidente dell’Azione Cattolica di Ravenna. Quando le chiedevo come avesse vissuto quel giorno, lei, sempre così sobria, mi rispondeva: «Avevo comprato un vestito nuovo per andare al seggio».

In famiglia le discussioni politiche erano accesissime: laici di sinistra da parte del padre, cattolici democristiani da parte di madre. Eppure, su quel voto l’armonia regnava, con la misura e la sobrietà per un riconoscimento dovuto, anche se concesso sempre troppo tardi.

In Italia le donne ottennero il diritto di voto il primo febbraio del 1945 e lo esercitarono il 2 giugno del 1946, data spartiacque per la Repubblica. In Francia, il suffragio femminile fu introdotto nel 1944 e esercitato nel 1945, mentre in Germania già nel 1918 (uno dei primi Paesi). La Svizzera, invece, fu tra i più tardivi, concedendo il voto alle donne solo nel 1971, con il 65% di voti favorevoli, dopo molte lotte, differenziazioni cantonali e una sonora bocciatura in una votazione del 1959.

L’introduzione del “vero” suffragio universale, inteso come il diritto di voto per tutti gli uomini senza distinzione, venne introdotto per la prima volta nel 1848 in Francia. In Svizzera, sebbene il 1848 abbia segnato un’importante fase di democratizzazione, l’universalità del suffragio maschile si consolidò gradualmente, con successive limitazioni per gli immigrati e i più indigenti.

Il diritto di voto alle donne nasce all’interno della cultura euro-atlantica, nelle rivoluzioni che hanno dato origine alla modernità politica, quando nasce il concetto moderno di individuo. Prima del suffragio universale maschile erano esclusi, oltre alle donne, anche i poveri, gli analfabeti, i lavoratori manuali e, in America, gli indigeni e gli afroamericani. Ma, e qui è la grande differenza, se per questi soggetti emarginati esisteva la speranza di riuscire a ottenere i requisiti necessari per raggiungere lo status di “cittadino”, per le donne non era così. La loro esclusione si annidava nella loro stessa natura, per il fatto stesso di essere donne: per ragioni biologiche e morali, le donne erano ritenute adatte ad abitare solo la sfera privata e del tutto inadatte a quella pubblica.

E questo non lo pensavano solo i conservatori, ma anche le forze socialiste e progressiste. Pensiamo a Jean-Jacques Rousseau, antesignano dello spirito di uguaglianza e del concetto moderno di sovranità popolare, il quale considerava la donna sovrana nella casa e predisposta solo all’educazione dei figli. O pensiamo al socialista Proudhon, per il quale «le donne non potevano che trovare la loro libertà solo all’interno della vita familiare».

È da questa contraddizione sempre più palese che nasce il suffragismo di fine Settecento: Olympe de Gouges nel 1791 denunciava, fino alla morte di ghigliottina, l’esclusione femminile dal nuovo ordine fondato su principi repubblicani e illuministici. Eppure, per “natura” le donne erano ritenute condizionabili, quando non manipolabili, specialmente dalle forze religiose.

Al riguardo è uscito recentemente uno studio molto interessante: Il voto alle donne. Una storia globale, a cura di R. Baritono, V. Fiorino, Il Mulino (2025).

Il voto arrivò per la maggioranza dei Paesi europei dopo le guerre mondiali del Novecento, tra il 1915-22 e il 1944-1945: un omaggio alla partecipazione delle donne alla liberazione e per i meriti nell’avere sostituito gli uomini nei lavori maschili durante la prima guerra.

Il diritto al voto femminile in Italia fu sostenuto con forza dai leader dei due partiti di massa, Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi, che lo appoggiarono confidando in un potenziale allargamento del loro consenso grazie all’elettorato femminile. La Chiesa di Pio XII, pur con le sue riserve storiche, in quel contesto vide nel voto femminile un potenziale baluardo contro l’avanzata delle sinistre. Tuttavia, anche il leader comunista non puntò tanto sull’emancipazione femminile quanto piuttosto sui valori tradizionali. Insomma, paternalismo e patriarcato imperavano ancora.

Infatti, in quel decreto del 1 febbraio 1945, le donne potevano sì votare (diritto di voto attivo), ma non essere elette. Il diritto di voto passivo fu concesso solo con un successivo decreto del 10 marzo 1946. Fu una corsa a ostacoli per ottenere il pieno riconoscimento. E fu decisivo il contributo, compatto e trasversale, delle costituenti: 21 madri costituenti a fronte dei 535 padri. Un modello per le future battaglie dei diritti e un segno indelebile nella storia della democrazia italiana.

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Giornata della donna: la cultura della non violenza

Il Quotidiano 08.03.2026, 19:00

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