Storie

Eucaristia in orbita, la fede secondo l’astronauta Michael Hopkins

Nello spazio, tra scienza e spiritualità, un astronauta della NASA ha portato la sua fede a centinaia di chilometri dalla Terra

  • Un'ora fa
immagine
18:00

Michael Hopkins

Strada regina 07.03.2026, 18:35

Di: Gioele Anni 

Un astronauta può portare con sé nello spazio un piccolo bagaglio da circa un kilogrammo con soli effetti personali. Fotografie, un quaderno, magari un ciondolo o un orologio… Nei suoi due viaggi sulla stazione spaziale internazionale, lo statunitense Michael Hopkins ha trovato lo spazio anche per una piccola pisside con ventiquattro porzioni di particola consacrata, una per ogni settimana che avrebbe trascorso in orbita.

La teneva nel taschino

La teneva nel taschino a sinistra della sua tuta blu, più o meno all’altezza del cuore. Hopkins ha così potuto fare la comunione ogni domenica, anche nello spazio. «Per prima cosa», ha raccontato a Strada Regina, «ho avuto una speciale autorizzazione per poter prendere la comunione da solo, senza riceverla da un sacerdote».

E come funzionava questo tempo spirituale che viveva a centinaia di kilometri dalla Terra? «Ogni domenica, un amico della parrocchia mi mandava le letture e l’omelia del giorno. Anche sulla stazione spaziale, la domenica è generalmente libera: subito al mattino mi prendevo del tempo per leggere, pregare e meditare, e poi facevo la comunione. Erano momenti preziosi, che indirizzavano tutta la giornata e la settimana».

Un quadro diverso

Michael Hopkins, nato nel 1968, ingegnere aerospaziale e pilota, è stato astronauta per la Nasa tra il 2013 e il 2021. Nelle scorse settimane è stato ospite a Ginevra della Missione della Santa Sede presso l’ONU, dove ha partecipato a vari incontri e conferenze. Qui ha portato la sua testimonianza di fede e di vita. «La Terra vista dallo spazio è meravigliosa. Per me era come vedere a ogni rotazione un quadro diverso, che Dio dipingeva in tempo reale davanti ai miei occhi».

Nato in una famiglia metodista non praticante, Hopkins si è avvicinato al cattolicesimo da adulto dopo il matrimonio con la moglie Julie, che invece era appunto cattolica. Il desiderio di convertirsi è arrivato alla vigilia della prima missione spaziale: «Nella storia degli Stati Uniti, diciassette astronauti sono morti durante i viaggi. Mi sono chiesto se fossi davvero pronto per questo rischio. E ho realizzato che mi mancavano una preparazione spirituale e un rapporto più forte con Dio».

La scienza non spiega tutto

Per molte persone, scienza e fede sono in contrasto tra loro: «Personalmente», riflette Hopkins, «questo non è mai stato un problema. Ho sempre pensato che tutto sia creato da Dio. Ci sono molte cose che non possiamo spiegare solamente con la scienza, ed elementi della religione a cui dobbiamo credere per fede. Per me, tutto questo funziona». In futuro, forse, l’uomo riuscirà ad arrivare fino a Marte, e magari anche oltre. Ma Hopkins ha un sogno che riguarda la Terra: «Mi auguro che tanti Paesi possano essere in grado di formare gli astronauti del futuro, perché ogni bambino possa sognare, come facevo io, di viaggiare un giorno nello spazio».

Correlati

Ti potrebbe interessare