Da essere umano a macchina

La perdita del fine

In un mondo che misura tutto in termini di rendimento, anche ciò che dovrebbe bastare a se stesso finisce per diventare uno strumento. E così trasformiamo noi stessi in funzioni da ottimizzare

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Gli ingranaggi dell'economia tornano a girare
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Di: Mat Cavadini 

C’è un modo nuovo – e insieme antichissimo – di guardare al mondo che si è insinuato nelle nostre vite senza che ce ne accorgessimo. Un modo che non chiede più alle cose cosa siano, ma cosa possano fare per noi. È questa la deriva: la trasformazione silenziosa di tutto in strumento, in funzione, in utilità. Le attività diventano protocolli, le relazioni dispositivi emotivi, i luoghi palestre per la salute, perfino i sentimenti vengono trattati come leve da tirare per ottenere un effetto misurabile. Nietzsche, che aveva l’istinto di vedere le crepe prima degli altri, scriveva che «abbiamo perso il mondo quando abbiamo cominciato a misurarlo». È difficile non riconoscere qui la sua profezia.

È un cambiamento sottile, quasi educato, che non fa rumore. Non arriva con un manifesto, ma con una domanda ripetuta all’infinito: “A cosa serve?”. Serve a stare meglio, a vivere più a lungo, a essere più efficienti. Serve a qualcosa, sempre. E ciò che non serve, evapora.

Da qui bisogna partire. Da questa logica che ha lentamente colonizzato tutto: l’idea che il valore non sia più nelle cose, ma nei benefici che promettono. È così che l’individuo moderno – convinto di essere sovrano, autonomo, padrone del proprio destino – finisce per guardare il mondo come un insieme di meccanismi da attivare. Una macchina complessa, certo, ma pur sempre una macchina: pulsanti, leve, algoritmi.

E quando tutto diventa un mezzo, nulla resta un fine. Kant lo aveva detto con una chiarezza che oggi suona quasi scandalosa: l’umanità va trattata «sempre come fine, mai semplicemente come mezzo». Ma è proprio questo che abbiamo smesso di fare. Perché a quel punto non solo il mondo, ma anche noi stessi e gli altri diventiamo materiali da ottimizzare, risorse da gestire, funzioni da migliorare.

Non ce ne accorgiamo subito. Accade in sordina: il tempo deve “rendere”, le relazioni devono “funzionare”, le esperienze devono “portare qualcosa”. Una nebbia sottile che si deposita ovunque, e che alla fine ci impedisce di vedere ciò che dovrebbe essere evidente: che la vita non è un progetto di efficienza, né un percorso di miglioramento continuo.

La vita è fatta di fini, non di mezzi. E ogni volta che lo dimentichiamo, perdiamo qualcosa che non si può misurare: la densità, la presenza, la semplice verità di un momento che vale anche se non produce nulla.

Forse il compito, oggi, è proprio questo: restituire alle cose la loro inutilità preziosa. Lasciarle essere senza chiedere loro un rendimento. Accettare che non tutto debba portarci da qualche parte. Perché solo quando smettiamo di usarle, le cose tornano a parlarci. E noi, finalmente, torniamo ad ascoltare.

24:53

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