Forse pochi scrittori sono stati abbandonati, incompresi, di fatto emarginati e condannati alla solitudine come Guido Morselli. Si tolse la vita nel 1973, in via Limido a Varese, in una villa di famiglia, nell’indifferenza generale. Nessuno, infatti, ne diede notizia. Il mondo si accorse di lui soltanto un anno dopo. Quando Adelphi decise di dare alle stampe il suo primo romanzo, “Roma senza Papa”, che divenne da subito un caso editoriale. La fama, ricercata ostinatamente in tutta la sua vita, gli venne consegnata dunque postuma, grazie a un libro dedicato a un futuro apocalittico nel quale si racconta di un prete svizzero che, intorno all’inizio del ventunesimo secolo, viaggia in una Roma abbandonata anche dal Papa, «un panorama di tetti fatiscenti, lontani capitelli di vecchie colonne».
Nessun romanzo di Morselli è stato pubblicato quando lui era in vita. Visse, infatti, nell’isolamento assoluto, collezionando un rifiuto editoriale dopo l’altro, trovando la consacrazione soltanto dopo la sua tragica fine, arrivata in seguito all’ennesimo rifiuto, la mancata pubblicazione di “Dissipatio H.G. (Dissipazione del genere umano)”, il suo capolavoro, in cui immagina la sopravvivenza di un unico uomo in un mondo improvvisamente svuotato da ogni traccia di umanità. I manoscritti del romanzo, inviati ad alcune case editrici italiane, gli vennero rispediti a casa. Tornato dalle vacanze estive, li trovò nella buca-lettere, ultimo schiaffo che lo convinse a uscire definitivamente di scena.
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Non c’è libro di Morselli che, sia per contenuti sia per stile, sia uguale all’altro. Ogni romanzo è un tentativo diverso di scrivere un capolavoro. Scrive con una precisione impeccabile, con uno stile elevato, creando testi inimitabili. Lo fa da Gavirate, vicino a Varese, in una sorta di eremo che oggi ospita una mostra a lui dedicata. E il paradosso della sua vita è che, ancora oggi, quando si parla di lui si fatica a entrare dentro i suoi testi, a valorizzarli per quello che sono, perché a prevalere, come una calamita da cui nessuno riesce mai a staccarsi, è la parabola della sua vita, il totale isolamento seguito dalla fama postuma.
La prosa di Morselli è cristallina, essenziale. Leggere i suoi testi non è facile. Richiede concentrazione. E soprattutto capacità di comprensione. Perché Morselli non si dedica semplicemente ad immaginare un mondo ideale nel futuro - il futuro ritorna come un fil rouge in quasi tutti i suoi testi -, piuttosto anticipa cosa il mondo potrà essere se il presente non prenderà direzioni diverse. L’apocalisse, dunque, non potrà che essere reale se l’umanità proseguisse nelle direzioni del presente. In “Roma senza Papa” un sacerdote svizzero attende di essere ricevuto in udienza da Giovanni XXIV, spostatosi ad abitare a Zagarolo. La Chiesa in cui s’imbatte si è aperta alla modernità non senza subire contraccolpi. Il celibato ecclesiastico è stato abilito, cardinali e vescovi hanno detto sì ai matrimoni fra persone omosessuali, hanno approvato l’aborto e l’uso di stupefacenti. La Chiesa è sempre più laica e sincretista. Il futuro, insomma, non è più il presente rassicurante del Novecento. Il futuro di Morselli, infatti, è sempre altra cosa, non immaginabile, totalmente differente dal già conosciuto. È un tempo per certi versi difficile da digerire, come i suoi testi rifiutati da tutti quando era in vita, fino alla tragica morte e all’inaspettato successo arrivato per lui ormai troppo tardi.
Guido Morselli (5./10)
Alphaville: le serie 05.06.2026, 12:35
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