Il terzo lunedì di gennaio, il cosiddetto Blue Monday, un’invenzione più pubblicitaria che scientifica, eppure capace di insinuarsi nel nostro immaginario come una sorta di spartiacque emotivo. Le luci delle feste sono ormai archiviate, il freddo si fa più insistente, la routine riprende il suo ritmo senza chiedere permesso. È un momento dell’anno in cui la tristezza sembra quasi avere un suo spazio naturale, come se il mondo intero rallentasse per lasciarla passare.
E tuttavia, questa ricorrenza artificiale offre un’occasione utile, guardare la tristezza senza allarmismi, riconoscerla come una presenza antica, familiare all’umanità molto prima che qualcuno decidesse di trasformarla in un fenomeno mediatico. Gli antichi filosofi, in questo, avevano uno sguardo sorprendentemente moderno.
Aristotele, per esempio, affrontava la tristezza camminando. Lo si può immaginare sotto i portici di Atene, mentre avanza tra artigiani al lavoro, venditori che sistemano fichi e olive, bambini che corrono tra le colonne. La sua filosofia nasceva nel movimento, nella vita che scorre. Per lui la felicità non era un lampo improvviso, né la tristezza una sconfitta da evitare. La eudaimonia era un’attività, un esercizio quotidiano fatto di scelte, abitudini, gesti ripetuti. Anche quando l’umore vacilla, resta la possibilità di agire. E nell’azione, spesso, si ritrova un orientamento. Aristotele non attendeva che il cuore si alleggerisse per vivere. Piuttosto camminava, osservava, pensava, insegnando così che le emozioni non si comandano, si attraversano.
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Secoli dopo, Seneca avrebbe affrontato la tristezza con un tono più meditativo. La considerava un’ospite inevitabile, ma non un tiranno. La mente, sosteneva, può essere educata a non farsi travolgere, a distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non possiamo cambiare. È un invito alla misura, alla lucidità, alla capacità di non aggiungere sofferenza alla sofferenza. Epitteto, ancora più radicale, ricordava che non sono gli eventi a ferirci, ma il giudizio che formuliamo su di essi. Nei giorni più cupi, suggeriva di tornare all’essenziale, un respiro, un passo, una scelta minima ma nostra.
Montaigne, con la sua umanità disarmante, avrebbe accolto la tristezza come un visitatore inatteso. Non la respingeva, la osservava, la lasciava parlare. Per lui la saggezza non era una corazza, ma una forma di morbidezza. Accettare la propria fragilità significava non esserne schiacciati. Nei suoi Saggi, la tristezza diventa un’occasione per conoscersi meglio, per misurare la propria interiorità senza giudicarla.
E poi Spinoza, che con la sua calma geometrica avrebbe aggiunto un tassello ulteriore. La tristezza è una diminuzione della nostra potenza di agire. Non un castigo, non una colpa, ma un segnale. Capirne le cause significa già trasformarla. Ogni emozione, anche la più scomoda, può essere compresa e ricondotta a un ordine, a una logica. Non per sterilizzarla, ma per restituirle un posto nella trama della nostra vita.
Alla fine, questi pensatori così distanti convergono su un punto essenziale: la tristezza non è un errore. È un passaggio. E nei passaggi non si resta fermi. Nei giorni difficili non serve attendere un’improbabile schiarita emotiva. Servono i gesti piccoli, quelli che rimettono in moto la vita. Preparare un caffè, uscire di casa, scambiare due parole, fare il prossimo passo. È così che, quasi senza accorgercene, torniamo a sentirci parte del mondo.
Dal “Blue Monday” all’iguana blu
RSI Info 15.01.2025, 09:00
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