Oltretevere

Iran, perché il Vaticano dice no all’America delle armi: la storia di una diffidenza antica

Dalla condanna all’invasione dell’Iraq nel 2003 all’allarme di questi giorni sull’Iran: per la Santa Sede la pace non nasce dall’annientamento del nemico

  • Oggi, 14:00
Papa Giovanni Paolo II il 31 maggio 1982 bacia l'asfalto dopo il suo arrivo alla base RAF Turnhouse vicino ad Edimburgo

Papa Giovanni Paolo II il 31 maggio 1982 bacia l'asfalto dopo il suo arrivo alla base RAF Turnhouse vicino ad Edimburgo

  • Keystone
Di: Paolo Rodari 

Le parole pronunciate due giorni fa dal cardinale Pietro Parolin ai media vaticani hanno riportato con forza al centro del dibattito una verità che attraversa decenni di diplomazia pontificia. La Santa Sede non ha mai considerato naturale un allineamento automatico con gli Stati Uniti, soprattutto quando Washington imbocca la strada della forza militare come strumento ordinario di politica internazionale. «Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme», ha dichiarato Parolin commentando l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, denunciando il venir meno del diritto internazionale e la sua sostituzione con una «diplomazia della forza» che rischia di trascinare il pianeta in una spirale incontrollabile di violenza.

In un altro passaggio, il segretario di Stato vaticano ha anche osservato che «alla giustizia è subentrata la forza», un giudizio che fotografa con precisione la preoccupazione vaticana per un mondo in cui la pace viene concepita come il risultato dell’annientamento del nemico e non come frutto del negoziato.

Da Giovanni Paolo a Benedetto

Queste dichiarazioni non rappresentano un episodio isolato né un attacco personale all’amministrazione statunitense attuale. Sono invece l’ultimo capitolo di una lunga storia in cui la Santa Sede ha sempre guardato con diffidenza la dottrina americana dell’intervento preventivo e dell’esportazione della democrazia attraverso la forza. Già Giovanni Paolo II, nel 2003, si oppose con fermezza all’invasione dell’Iraq, definendola una «avventura senza ritorno» e inviando emissari a Washington e Baghdad per scongiurare un conflitto che riteneva contrario al diritto internazionale e destinato a destabilizzare l’intera regione. Benedetto XVI, negli anni successivi, ribadì che la democrazia non può essere imposta dall’esterno, perché nasce dalla maturazione culturale e politica dei popoli. Papa Francesco, più recentemente, ha denunciato il fallimento degli interventi occidentali in Medio Oriente e Nord Africa, affermando che «non si deve esportare il proprio tipo di democrazia» e che la caduta dei regimi, senza un processo interno, ha generato instabilità e violenza.

L’eredità di Leone

In questo solco si colloca anche Leone XIV, che eredita una tradizione diplomatica fondata sulla convinzione che la pace non sia il risultato di una vittoria militare, ma di un equilibrio costruito attraverso il dialogo, la mediazione e il rispetto del diritto internazionale. La sua sensibilità, maturata in contesti segnati da conflitti e ingerenze esterne, lo porta a vedere nella guerra preventiva non solo un errore politico, ma un fallimento morale. Per Leone, come per i suoi predecessori, la sicurezza non nasce dall’eliminazione del nemico, la stabilità non si costruisce con i missili e la democrazia non si impone, si accompagna.

Dal 1979 in poi

Il rapporto tra Vaticano e Stati Uniti si è incrinato più volte proprio sul terreno mediorientale. Durante la rivoluzione iraniana del 1979 e la successiva guerra Iran‑Iraq, la Santa Sede mantenne una posizione di equilibrio, rifiutando di demonizzare l’Iran rivoluzionario e criticando allo stesso tempo l’appoggio occidentale a Saddam Hussein. Nel 1991, durante la Prima Guerra del Golfo, Giovanni Paolo II mise in guardia contro l’uso della forza come strumento per risolvere la crisi, temendo che il conflitto aprisse una stagione di instabilità permanente. Nel 2003, l’invasione dell’Iraq segnò il punto di rottura più evidente: la dottrina della guerra preventiva, allora teorizzata dall’amministrazione Bush, venne respinta con decisione dalla Santa Sede, che la considerava incompatibile con il diritto internazionale e con la tutela delle popolazioni civili. Più recentemente, il Vaticano ha sostenuto con convinzione l’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), considerandolo un esempio virtuoso di diplomazia multilaterale; la decisione americana di ritirarsi dall’accordo fu letta come un passo indietro verso la logica della forza.

Una divergenza strutturale

L’attuale crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran riporta in primo piano questa divergenza strutturale. Per la Santa Sede, la guerra preventiva è una minaccia globale: se diventasse prassi accettata, dissolverebbe il diritto internazionale e aprirebbe la strada a un mondo in cui ogni Stato si sente autorizzato a colpire per primo. Parolin ha parlato di un «multipolarismo caratterizzato dal primato della forza», un sistema in cui la diplomazia rischia di essere sostituita dalla potenza militare, con conseguenze imprevedibili per la pace mondiale. È un allarme che non riguarda solo gli Stati Uniti, ma l’intera comunità internazionale, chiamata a scegliere se accettare la logica della forza o difendere, ancora una volta, la forza del diritto.

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I dubbi negli Stati uniti sull'attacco all'Iran

Telegiornale 04.03.2026, 20:00

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