Lavorare con le mani sembra rendere felici molte persone. È l’impressione che si ha osservando il successo e la diffusione di laboratori di ceramica, caffè del lavoro a maglia e atelier di serigrafia. Non c’è da stupirsi: per molti di noi la quotidianità è dominata da schermi e tastiere, e persino nel tempo libero non facciamo altro che digitare e scorrere lo smartphone.
Concedere una pausa alla mente e lasciare liberi i pensieri mentre muoviamo un pennello, proviamo un punto a treccia a maglia o usiamo una racla da stampa: è questo che molte persone trovano profondamente appagante.
L’artigianato resiste al tempo
Eppure, per molto tempo la filosofia ha snobbato il lavoro manuale. Prevaleva l’idea che la vera felicità risiedesse unicamente nell’attività intellettuale, coronata dalla «vita contemplativa», un’esistenza di pura riflessione e meditazione. Una delle poche eccezioni a questa visione è Hannah Arendt. Alla contemplazione la filosofa contrappone la «vita activa»: un agire nel mondo, insieme agli altri, nella dimensione concreta dell’esistenza.
Per Arendt, in questa dimensione rientra anche l’artigianato, che dà vita a oggetti che possiamo usare senza consumarli o distruggerli con l’uso. L’armadio che costruiamo con le nostre mani potrebbe durare per generazioni. In questo modo, il lavoro manuale contrasta lo scorrere del tempo. Ha una sua stabilità, resiste.

Hannah Arendt ha scritto il famoso saggio "Vita activa. La condizione umana", pubblicato originariamente in inglese nel 1958 con il titolo "The Human Condition"
I corsi sui colori naturali
Questo vale anche per le tecniche stesse, tramandate e custodite di generazione in generazione. Ce lo racconta la designer tessile Jennifer Grunder, che nel suo atelier tiene corsi sui colori naturali. Con la tecnica del «bundle dye» (la tintura a fagotto), i pigmenti contenuti in fiori, foglie e radici vengono trasferiti sul tessuto attraverso un bagno di vapore.
Grunder sperimenta da tempo con i colori vegetali, ricollegandosi con la sua attività a una lunga tradizione: lo studio di come cambiano i colori quando si aggiungono minerali, o quando le piante vengono bollite o essiccate.
La felicità dello stupore
Nel laboratorio della designer provo io stessa a tingere un tessuto, scoprendo cose sorprendenti su fiori, radici e persino cocciniglie essiccate, che lasciano sul tessuto un motivo rosa brillante.
Soprattutto, però, sperimento quanto sia gratificante lavorare con cura pur sapendo di non poter controllare tutto. Mentre arrotolo il tessuto, mi torna in mente una sensazione dell’infanzia, quando aprivo un foglio ritagliato per fare i collage: un attimo e il risultato si svela, senza che si possa più cambiare nulla. E lo stupore per ciò che appare è ancora più grande.
Contro la frenesia del quotidiano
E anche se il risultato non si può mai controllare del tutto, alla fine della serata nell’atelier di Grunder prevale l’orgoglio per ciò che è stato creato. Nel suo saggio «L’uomo artigiano», il sociologo Richard Sennett descrive due ricompense che il lavoro manuale ci dona: l’orgoglio per l’opera creata e il senso di radicamento nel mondo concreto.
A volte i miei pensieri e concetti filosofici mi sfuggono di mano - come castelli in aria che un attimo dopo si impigliano in un argomento migliore e si dissolvono. Il lavoro manuale, invece, resta. Dà una forma a ciò che è effimero e offre al pensiero astratto un contrappeso materiale, qualcosa da poter stringere tra le mani.
Testo legato alla Sommerserie «Besser Leben» - Teil 3: Sinn für Sinnliches di SRF del 22 luglio 2026






