«Ciò che in me sente sta pensando». È da questo verso di Fernando Pessoa che Gabriella Caramore prende le mosse per riflettere sul corpo, sull’identità e sulla trasformazione dell’umano nel suo ultimo libro, pubblicato da Utet nella collana dei Dialoghi di Pistoia diretta da Giulia Cogoli.
Filosofa, giornalista e saggista, Caramore ha legato il proprio nome a Rai Radio3, dove per venticinque anni, dal 1993 al 2018, ha ideato e condotto Uomini e Profeti. Pur dichiarandosi atea, ha insegnato Religioni e comunicazione alla Sapienza di Roma e nel 2012 ha ricevuto la laurea honoris causa in Teologia dalla Facoltà Valdese.
Il volume nasce da una domanda antica: quanta spiritualità abita il corpo e quanto, invece, di corporeo si cela in ciò che chiamiamo anima? Una riflessione che attraversa filosofia, poesia e letteratura, mettendo in discussione la tradizionale separazione tra materia e spirito.
Mentre a più riprese il corpo viene esibito sui social e, insieme, sembra minacciato dalla smaterializzazione promessa dall’intelligenza artificiale, Caramore propone una diversa grammatica del sentire. Ai cinque sensi tradizionali ne affianca altri cinque - «desiderare, soffrire, errare, ricordare e finire» - intesi come esperienze fondamentali dell’esistenza che raccontano la capacità del corpo di entrare in relazione con il mondo.
Perché proprio Pessoa? «Questo verso sono anni che ce l’ho davanti agli occhi e al cuore», racconta in una intervista uscita recentemente su La Stampa. Aveva pensato a un titolo diverso, Corpi terrestri, ispirato a Corpo celeste di Anna Maria Ortese, ma è il poeta portoghese a esprimere meglio ciò che le sta a cuore: «L’esigenza di rinnovare il linguaggio in questo momento di grande sconvolgimento del mondo».
Secondo Caramore, la cultura occidentale continua a essere prigioniera di una frattura che separa il carnale dallo spirituale, il corpo dall’anima. «Abbattere queste barriere mi è sembrato utile e doveroso», afferma ancora sul quotidiano torinese, rivendicando la necessità di pensare «una miscela tra il sensibile e il pensoso». Più che offrire certezze, oggi occorre abitare il dubbio: «Non siamo in un tempo in cui si può scrivere una tesi certa. Insinuare elementi di critica e di ripensamento è forse l’unico modo possibile di scrivere».
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Da qui nasce anche una delle idee centrali del libro: non possediamo un corpo, ma siamo corpo. Un’intuizione che affonda le radici nelle battaglie femministe degli anni Sessanta. «Era giusto rivendicare “il corpo è mio e lo gestisco io”», osserva, ricordando la necessità di sottrarsi al controllo del sapere medico, della famiglia e della cultura maschile. Oggi, però, la prospettiva si amplia: «Noi non abbiamo un corpo, siamo un corpo fatto dalla nostra storia, dagli altri, da ciò che leggiamo e pensiamo».
Anche i nuovi “sensi” nascono da questa convinzione. Il desiderio, ad esempio, non riguarda soltanto l’eros nella sua dimensione fisica. Coincide con una tensione alla conoscenza che attraversa tutta l’esperienza umana. Allo stesso modo il ricordo non appartiene soltanto alla mente: «La nostra storia è scritta nel nostro corpo». Luoghi, incontri, letture e affetti lasciano tracce nella carne prima ancora che nella memoria cosciente.
Tra i nuovi sensi, due assumono un valore particolare: soffrire e finire. Temi sui quali Caramore si era già soffermata riflettendo sulla cosiddetta «Età Grande» - titolo di un altro suo libro -, quella della vecchiaia. «Siamo la prima generazione che può permettersi venti o trent’anni di vecchiaia», osserva. Una stagione che non è soltanto perdita, bensì occasione per imparare il distacco e accettare la propria finitezza. «Imparare a finire è un grande dono che non va sprecato», sostiene, invitando la società a confrontarsi con maggiore consapevolezza con questa fase della vita. Anche quando il corpo cambia, restano infatti intatte molte possibilità di esperienza: leggere, andare al cinema, coltivare un giardino, continuare a nutrire la curiosità.
Nelle pagine finali del libro compare l’intelligenza artificiale, descritta come una forza capace di farci sentire «postumi e superflui». Il rischio, spiega, è quello di immaginare un futuro in cui il corpo diventa irrilevante, dissolto nei dati e nelle tecnologie. Caramore invita a non dimenticare un fatto essenziale: «La materia esiste ed è quella che ha prodotto l’intelligenza artificiale». Finché continueremo a soffrire, amare, odiare, mangiare e vivere, conclude, sarà il corpo a ricordarci la misura autentica dell’umano.
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Kappa 13.07.2026, 17:00
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